Alcide Pierantozzi: da L’UOMO E IL SUO AMORE

Pubblicato il 24 ottobre 2008 | in Libri visti, Meditazioni Nondualiste

“Non può che essere così: per quale motivo i nostri padri non hanno saputo non pensare, cioè non hanno saputo fare i conti con l’impensabile? Perché le nostre madri hanno pensato solo a se stesse, a emanciparsi, a ridursi alle prontezze urbane di questa costruzione? Ma possibile che non hanno visto l’orrore, che non hanno visto che il mezzo stava diventando il fine? Perché siete stati in contraddizione con voi stessi volendo la cultura e il riconoscimento degli altri senza ricordarvi che tutta la vita è un fuori gioco? Nell’abbondanza sentire cos’è che ci manca, questo è il tormento più amaro.
[...] Il germe è diventato l’aspirazione all’aspirazione. Ma questo c’era già stato nella Grecia antica perché l’uomo ha sempre voluto essere felice, cioè guidare i grandi imperi per poi accorgersi di non aver conquistato nulla. Cioè capire tutto quello che hanno capito gli sfaccendati della mia età in due soli fatti: la mortificazione e la morte che ha il suo luogo privilegiato nella natura, che è il luogo della morte senza mortificazione, cioè il luogo della violenza originaria”.
Alcide Pierantozzi, L’uomo e il suo amore, Rizzoli
pierantozzicover.jpgNB. Se scrivessi di questo romanzo di Pierantozzi (il che, appena ho tempo, farò), dovrei impegnarmi in un saggio complessissimo e molto semplice al contempo. Valga per ora, lapidaria, una constatazione impressionistica: giudico questo libro uno dei più importanti comparsi in Italia negli ultimi decenni – insieme a molti altri, sia chiaro, poiché la prosa italiana è a mio avviso in una fioritura quasi senza precedenti, e comunque l’opera del ventiduenne Alcide Pierantozzi si inscrive di forza nel mio pantheon personale. Se non si ha timore di una strutturazione che esonda i canoni della leggibilità lineare, L’uomo e il suo amore è una lettura indispensabile, che strappa dal presente e dall’alienazione, apre orizzonti ossigenanti, costringe prima a pensare e poi a non pensare più. Lo consiglio vivamente a chi ha l’ardire di non stare nel giochino di una retorica ormai surclassata da quella televisiva, ma dispone del coraggio di mettersi fuori gioco attraverso la letteratura.

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