SLOW FOOD: Io, la specie commestibile

ott 13

Sul blog Il Miserabile, on line su la7.it:

SLOW FOOD: Io, la specie commestibile

I geniacci di SLOWFOOD mi hanno chiesto un racconto (che poi hanno illustrato magnificamente). Ovviamente, lo sfondo avrebbe dovuto essere alimentare. Ma chiedere a me quanto alla mia alimentazione equivale a domandare a Luciano Onder circa il sistema idraulico dello Shuttle. Purtroppo, ciò che emerge da una breve autoriflessione, è che io sono stato condizionato perfino via cavo gastrico. Tentando di narrare, il Bambino dell’Ovulo d’Oro è emerso tra muco, liquidi fecali, polimeri in libertà, lì bello e polinsaturo come c’era da attendersi. Ecco il risultato di un’analisi enogastronomica di una deformazione personale, dagli anni Ottanta a oggi. Sia chiaro che, perfino in un esercizio di simile autosservazione, il sottoscritto si ritrova pienamente nei parametri del New Italian Epic – che, come è chiaro, non è una cosa astratta teorica o fumosa, ma riguarda carne, conscio, inconscio e tutti noi.

Io, la specie commestibile

di GIUSEPPE GENNA

Nel 1969 io càpito su questo pianeta, piango perché ho fame, da subito, è un pianto inconsolabile, la montata lattea al seno di mia madre è un evento drammatico, io devo fare i conti con le fibrocisti e il latte in polvere mi viene inoculato immediatamente, mentre inizio a respirare senza sapere, le sacche polmonari aperte con lo schiocco dopo il parto, e respiro isotopi nell’aria dicembrina di Milano dove è esplosa a piazza Fontana la bomba.
Il bambino è un ente enorme, che si calcifica accumulando grassi polinsaturi, divora tutto, il suo sguardo divora gli spazi e la Micronite composta di plastiche industriali, il suo passo divora terra intrisa di piscio di cane nella sabbionaia di piazza Martini a Milano, divora l’affetto dei genitori finché non esiste più affetto e allora il bambino divora quanto non esiste.
Il pianeta è per me un fumo di petrolio nero emesso dalla Fiat dentro il quale c’è un morto, Enrico Mattei, da quello che dicono i genitori, commentando alla Radio che Luciano Lama è stato contestato. Si commenta intorno alla tavola in fòrmica, onde radio scuotono l’etere.
Io mi appendo nella disperazione al carrello del supermercato PAM dove mia madre mi porta a fare la spesa, tutto è freddo e la luce è un neon rifratto sulle piastrelle gialle, io attendo il momento in cui ci avviciniamo entusiasti alla confezione di vetro del formaggio Dover della Kraft. E’ un barattolo di vetro sotto vuoto spinto con un coperchio a strisce bianche e blu, che mantiene intatta una crema di formaggio come il mascarpone ma più simile al formaggio fuso dei Sofficini quando sono fritti, è migliore dello Jocca e anche del formaggio vero della Kraft, che è la caciottina Baika di una pubblicità. In questa pubblicità una famiglia vive su un parquet lucidissimo, il papà ha i baffi e la mamma ride inutilmente, e io vedo i due fratelli, fratello brizzolato a dodici anni e sorella coi ciglioni di Beppe Bergomi, aspettano che venga rotta la rete in polimeri che avvolge il formaggio, che è giallo e dolce e che tutti devono chiamare "La Caciottina". Vi supplico di guardare l’invasivo spot metapsichico qui