Wu Ming 4: da Stella del mattino
mag 08
E’ appena uscito in libreria il primo romanzo “solista” di Wu Ming 4 (qui il blog ufficiale), Stella del mattino, edito in Stile Libero Big di Einaudi (€ 16,80; a prezzo ribassato di 3,36 euro si può acquistare qui; invece qui si risparmiano 5 euro). Sto portandone a termine la lettura e posso già affermare che si tratta di una delle narrazioni super-storiche più importanti degli ultimi anni (in linea precisa con la poetica del New Italian Epic fenomenologizzata da un altro membro del collettivo bolognese, WM1). L’apparentemente principale perno della vicenda è T.E. Lawrence, meglio noto come Lawrence d’Arabia. Tutto si svolge a Oxford, ma non si svolge a Oxford, poiché nella prestigiosa sede oxoniense si incrociano i destini del primo Divo mutuato dalla realtà in epoca spettacolare e le esistenze di alcuni particolari reduci della Prima guerra mondiale: Tolkien, Graves e Lewis – ed è nello sguardo e nella mente di questi fab four che l’iper-romanzo di WM4 prende vita e travolge. Oltre a questi personaggi centrali, partecipa alla narrazione un teatro umano e fantasmatico di impressionante estensione e levatura. Le menti vacillanti e coriacee, geniali e creative dei protagonisti di questa saga, che meriterebbe un ciclo, determinano un intrico di visioni realistiche e intime, spettrali ed esotiche, anticipatorie e ucroniche, come se si stesse nella strozzatura di una clessidra, avendo indifferentemente alle spalle o davanti agli omeri i coni enormi del passato e del futuro. E, da quella strozzatura, è come se si passasse a ritmi precisi e spiazzanti dalla storia al mito, dalla realtà al sogno, dal presente al ricordo, dall’icona alla profezia. Un romanzo pluriallegorico, laddove il teatro mentale, certamente psicologico ma anche più che psicologico, permette a Wu Ming 4 di innestare una dentro l’altra vie di fuga che conducono all’attualità, all’epifania, all’archetipo, alla meditazione sulla narrazione. E’ una narrazione magica che mette al centro la magia della narrazione: questo è, tra le molte cose, un oggetto narrativo che parla della potenza delle parole, mascherandola sotto ogni specie: riflettendo sulla guerra, sull’ambiguità degli istinti, sulla cronaca, sul complotto agito e rigettato, sull’amore, sull’emancipazione, sui mutamenti dell’era tecnologica. E’ una narrazione aperta che assomma su di sé una massa di saperi prodigiosa per allusioni e rimandi. Ed è pienamente e godibilmente leggibile (lo dice uno che non sa nulla, ma proprio nulla, di Lawrence D’Arabia e di quel frangente): leggendo Stella del mattino ci si incanta in forza di quel magnetismo che impedisce di smettere e che fa correre a casa con la voglia di riprendere in mano il libro per vedere cosa questa “avventura totale” riserva.
Pubblico qui una scena chiave, che peraltro sta a inizio di romanzo: l’incontro, in una particolare sala del Museo di Oxford, tra Tolkien, futuro autore del Signore degli anelli, e l’eroe brit della rivolta araba.
Vorrei aprire una conversazione con il collega Wu Ming 4, su questo suo esordio solista: non un’intervista, ma una conversazione a puntate. Stay tuned.
[...]
Ronald
detestava Shakespeare. Trovava incredibile quante occorrenze
gli spettassero, come se avesse voluto usare tutti i vocaboli
possibili. Un vero usurpatore della lingua, vorace e ingordo.
Qualcuno iniziò ad alzarsi e accomiatarsi con sobri cenni
di saluto. Il grigiore delle mansioni contagiava i costumi.
Parlare a bassa voce, muoversi il minimo indispensabile. Ronald
si era adattato.
Uscì dalla vecchia sede del museo, concessa ai compilatori
del Dizionario per portare a termine la grande opera. Broad
Street era ancora sgombra dal via vai di toghe e colletti inamidati
che in capo a un’ora l’avrebbero riempita. La percorse
fino all’angolo e si diresse verso casa. All’incrocio successivo
si fermò a contemplare il nuovo palazzo dell’Ashmolean,
che biancheggiava sul lato di Beaumont Street. La scalinata,
le linee neoclassiche dell’edificio, il frontone sorretto da quattro
colonne ioniche, ogni dettaglio magnificava la gloria di
chi, grazie alla propria fama, aveva convinto l’università a
trasferirvi il museo. Sir Arthur Evans non si sarebbe accontentato
di niente di meno per contenere i ninnoli di re Minosse
che aveva portato alla luce con tanta cura. Archeologi
e classicisti regnavano sovrani nella Nuova Arcadia Oxoniense.
Per loro si costruivano palazzi. I filologi dovevano accontentarsi
degli edifici dismessi.
Fu proprio al museo che si diresse. Da qualche tempo aveva
preso quell’abitudine, una deviazione prima di tornare a
casa, un innocuo segreto.
A quell’ora le sale erano deserte, mancava poco alla chiusura.
All’ingresso il custode lo salutò portandosi la mano alla
visiera. Per qualche oscura ragione lo credeva un artigliere
suo commilitone e per questo gli concedeva di trattenersi qualche minuto fuori orario. Ronald era stato nei Lancashire
Fusiliers, ma non si era mai presentata l’occasione di
smentire quell’uomo, quindi poteva indulgere nell’equivoco
senza sentirsi in colpa.
Superò le collezioni minoiche e filò al piano di sopra.
Quando entrò nella sala sentì una sottile emozione solleticargli
la nuca. L’illuminazione degli espositori era l’unica fonte
di luce rimasta. La grande teca ottagonale dominava il centro
della stanza. Da lontano era già un bel colpo d’occhio vederli
disposti sul piano inclinato, quasi a formare una freccia
puntata verso l’alto. Anelli. Forme e dimensioni erano le più
svariate. Angeli e dragoni, croci e stemmi, perle e pietre preziose.
Erano appartenuti a papi, vescovi, principi italiani.
Cerchi che racchiudevano patti tra gli uomini, vincoli di potere,
il senso di una fede immortale. Alcuni suggellavano un
vincolo coniugale sopravvissuto agli stessi amanti, e forse celavano
motti incisi all’interno.
Sfiorò il vetro col naso per osservarli meglio. La fascetta
d’oro che portava al dito era ben poca cosa davanti a quello
sfarzo. Pensò a Edith, a quanto l’amava. Si sentì in colpa e
gli venne voglia di correre a casa.
Voltandosi trasalì e quasi urtò la teca. C’era qualcuno sulla
soglia, una sagoma illuminata a malapena. Un piccolo essere,
anche più basso di lui, con una grossa testa. Gli ricordò
l’illustrazione di un goblin su un libro di favole di quando era
bambino. Rabbrividì, proprio come allora davanti a quella
pagina.
– Domando scusa, – disse l’uomo minuto. – Credevo non
ci fosse più nessuno.
Si avvicinò a passi piccoli e delicati. Ronald lo osservò
sbirciare oltre il vetro. Aveva occhi di un azzurro intenso
che catturavano la luce.
– Provo spesso a immaginare chi li portava al dito.
Sembrava alludere a un discorso iniziato da tempo. Ecco
uno che condivideva il suo segreto.
– Uomini che reggevano il peso del potere. – disse Ronald.
Per un attimo l’altro parve incupirsi, ancora sovrappensiero.
– Chissà se tutti ne erano all’altezza.
– Immagino di no. Il potere corrompe –. Ronald diede un
colpetto di tosse. – Credo che il museo sia chiuso.
– Oh, non sono un visitatore, – rispose l’altro, gli occhi
sulla collezione di anelli. – E nemmeno un ladro, – ammiccò.
– Avevo un appuntamento con il direttore. Lei viene qui
spesso?
– No, – mentì Ronald. – Lei sì?
– Ci venivo prima della guerra. Mi perdoni, – disse mostrando
la mano destra bendata e porgendo la sinistra. – Mi
chiamo Lawrence.
Ronald si adattò.
– Tolkien.
