Evangelisti/Moresco: Controinsurrezioni
mag 06
Sepolto dagli impegni, sono riuscito a leggere di un fiato Controinsurrezioni, il fantastico dittico pubblicato a quattro mani da Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Spero di avere il tempo per affrontare dovutamente questa narrazione “a V”, prodigiosa e appagante, in pienissima linea con le retoriche che Wu Ming 1 ha eviscerato nel suo saggio sul New Italian Epic. Sbrigativamente, e scusandomene con gli autori e i Miserabili Lettori, per ora posso dire che abbiamo in questo libro, a mio parere, due dei nostri maggiori autori contemporanei al loro meglio. Evangelisti appare quello dei cicli che hanno costruito la saga allegorica più sconcertante degli ultimi quindici anni di narrativa europea, ma innesta qui un elemento che è in sotterranea armonia con Mason & Dixon di Pynchon, seppure Evangelisti sia distante dalla poetica pynchoniana: trattasi di un estremo occultamento tra una metafisica reale e quanto è stato travolto e terrenizzato del messaggio cristico dalla Chiesa di Roma – il tutto, senza rinunciare a quel magnetismo tipico di Evangelisti, che impedisce di non voltare pagina con avidità vorace quando lo si legge. Il testo di Antonio Moresco, che aveva ascoltato, letto dall’autore stesso, a teatro, è a mio parere una delle cose più potenti che l’autore degli Esordi abbia messo su pagina. Ho una spiegazione per questa sensazione, del tutto personale. Poiché si tratta in realtà di una sceneggiatura, Moresco è “costretto” a inserire vuoti e silenzi, aprendo spazi in cui la fantasticheria vaga, e rinunciando all’ideologia del “tutto pieno” che, sulla lunga distanza, è penalizzante, mentre in questo caso si ha la sensazione non di un accumulo, bensì di una magistrale “scolpitezza”. E’ una storia formidabile, sono quadri di allucinazione storica ed emotiva impareggiabile, quelli allestiti da Moresco, che innesta, nell’ampio spettro della sua visionarietà, emozioni distinte, meditazioni cardiache sulla letteratura, trivellazioni che spalancano abissi senza fondo nell’occulto dell’umano. Tutto ciò, realizzato sulla materia storica. E’ un libro da non perdere. Riproduco la recensione che il manifesto ne ha fatto. In quanto Miserabili Lettori, diventate Lettori Controinsurrezionali: il prezzo è modico, ne vale la pena. gg]
Controinsurrezioni
di DANIELE BARBIERI
(da Il manifesto, 7 marzo 2008)
Carne e sangue. L’intoccabile Risorgimento nostro va spogliato di retorica e bugie. Ci provano – e ci riescono – Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Letterariamente una strana coppia: il primo un giocoliere della narrativa popolare anzi pulp, amato da chi divora i romanzi e abbastanza ignorato dall’accademia; il secondo uno scrittore più dotto ma defilato dalle scuderie. Hanno un sentire comune: il Risorgimento fu «una rivoluzione tradita» perciò raccontano «di che lacrime grondi e di che sangue» (a proposito di alta retorica e scuola mummificata beccatevi Foscolo).
«Solo la narrativa può restituire, in parte, il sapore di ciò che accade. Gli odori, i colori: una verità che lo storico, vincolato a criteri quantitativi e a valutazioni asettiche, non può permettersi» annota Evangelisti nella sua prefazione. Gli fa eco Moresco nella introduzione per anticipare che ci proporrà Carlo Pisacane, Giacomo Leopardi e Giuseppe Verdi ma anche «due attori porno e un acceleratore sotterraneo di particelle… il tutto in un movimento che lega indissolubilmente, insurrezionalmente, il passato, il presente e il futuro: il futuro che deve ancora succedere e quello che è già successo».
Dunque Controinsurrezioni, da Oscar Mondadori: 124 pagine per 8,40 euro (o euri, come suggeriva Luigi Pintor). La prima metà è quella di Evangelisti. Si apre su un prete liberato – ma c’è il trucco – e sul garibaldino Giovanni Lanzoni sotto le cannonate dei francesi per salvare il Vaticano, «bei figli di troia quelli…vengono da una repubblica però stanno con i papalini». Sono «gli ultimi giorni del giugno 1849, oltre a Roma si bombarda Venezia, ambedue le repubbliche stanno morendo». C’è Garibaldi e c’è un «negro gigantesco e scultoreo… che Garibaldi si è portato appresso dal Sudamerica» (per carità non ditelo a Bossi), vengono inventati i chiodi a tre punte, ci sono le puttane che si ribellano e i gesuiti di nuovo tipo «con marsina e cravatta». E i ricordi del Carnevale romano dove il papato, fino al 1847, consentiva e forse incoraggiava una festa dove «fare ruzzolare l’ebreo più vecchio dentro un barile irto di chiodi». Ma c’è persino una scorreggia che non dimenticherete facilmente, altrettanto significativa di quella al centro del film L’ultimo re di Scozia. Come finì la Repubblica romana forse lo ricordate; in ogni caso Evangelisti dopo ferocia e idealismo, corpi squarciati e strani amori ci consegna «silenzio e brodini», sino alla prossima insurrezione.
La seconda metà del libro, a firma Moresco, è invece una classica sceneggiatura. Si apre sul foyer di un teatro «gremito per la prima di un’opera lirica» con ragazzi che si nascondono dietro il sipario per passare subito a Leopardi su una carrozza. L’azione si sposta su un Carnevale dell’Ottocento dove si danno appuntamento due maschere per incontrare un ragazzo che vuole entrare nei «Buoni Cugini» della Carboneria. Poi «stacco fulmineo» e, per pochi istanti, ecco «due genitali (femminile e maschile) al lavoro in un set porno». Fra orchestrali e linciaggi, tra Leopardi e Paolina che parlano della «guerra di topi e rane» irrompe l’eroico sognatore, il «rivoluzionario integrale», Carlo Pisacane. E anche qui molti ricordano come finì la vicenda storica. Che però Moresco mescola con il sangue di san Gennaro, «l’Italia come un set porno tutto pieno di morti» e – rubando il mestiere ad Evangelisti? – «un gigantesco acceleratore di particelle». Un bellissimo finale di inquadrature che si sovrappongono anche su diversi livelli temporali e mentre «sullo schermo cominciano già a scorrere i titoli di coda» una nuova rivelazione, quasi un omaggio a Dick e alla migliore fantascienza.
Un libro piacevolissimo, un sano antidoto (preventivo) alle eventuali rievocazioni in questo 2008 «anniversario delle barricate di Milano» e – volendo – alle sconfessioni e crocifissioni previste per i 40 anni dal ’68. Si sa che la storia la scrivono i vincitori. Ma a farcene odiare la versione scolastica e quella ufficiale ecco storici perlopiù gonfi di retorica, ragionieri reticenti, analfabeti delle umane passioni e inginocchiati ai Vip. Evangelisti e Moresco sono proprio all’opposto: ribelli e sconfitti, non pentiti, scrivono come meglio non si può. Si intendono alla perfezione «come quei vecchi pistoleri dei western di Sam Peckinpah con i mutandoni di lana, le ossa che scricchiolano e i reumatismi» ma pronti all’ultima sfida, «in pochi contro tanti». Un solo limite. Qui si salvano Pisacane e le «generose sapienti puttane» come è giusto sia ma … anche Garibaldi. No, questo andava evitato in un Paese dove una delle poche certezze nazionali resta quella che di Garibaldi «parlar male non si può». Unico piccolo neo di un libro anti-retorico ma soprattutto avvincente dal primo rigo all’ultima inquadratura.
