Pubblicate Il mio nome è legione di Demetrio Paolin!
Pubblicato il 19 settembre 2007 | in Interventi
Sto leggendo un manoscritto, un romanzo inedito: si intitola Il mio nome è legione, il suo autore è Demetrio Paolin, autore tra l’altro di Una tragedia negata, un saggio sui Settanta in uscita per il Maestrale, dopo essere passato per la fionda di vibrisselibri.
Non conosco di persona Paolin. Ho ricevuto il testo via mail. Ho iniziato a leggerlo. E’ un magnete di sangue umano. E’ la tragedia, l’attraversamento totale nel male. Non coincide con la mia poetica, a scanso di equivoci: è altro da me, ma è la stessa cosa che io sono, che tutti noi siamo. Come Paolin sia riuscito ad aggregare, con una profondità di sguardo e di scrittura al limite del tollerabile, elementi così arcaici e contemporanei, in un’odissea personale, che ha l’ineffabilità cupa e gloriosa delle catabasi, è un miracolo. Ecco un libro fondamentale. Ecco una struttura che sposta più in là la linea dell’espressione necessaria, fondativa – ciò che si perde nelle sofisticherie finzionali a cui è abituata ormai la narrativa italiana. Questo viaggio argonautico, tutto al singolare diposto al plurale, è stupefacente. Non voglio dire nulla della storia, voglio soltanto asserire che Paolin fa crescere, con una pressione interna che schianta, un personaggio universale, ai limiti del teologico (no: oltre i limiti del teologico), una stazione dopo l’altra, in una via sacra affrontata da una santità ambigua e inconsapevole, al di là della morale e alla ricerca dell’appiglio morale. Il suo protagonista è l’uomo dostoevskijano oggi: il residuo coriaceo che rimane, il dubbio e lo schianto nel mondo di oggi e nella memoria di ogni ieri. Dall’impressionante filastrocca iniziale, parte un arco voltaico attraverso il quale si dipanano elementi che torneranno su se stessi: il reperto, la reliquia sono invertiti di linearità temporale, non sono ciò che è semplicemente finale, bensì la traccia dell’anticipazione. Che cosa deve fare la letteratura se non questo? Il mio nome è legione è un capolavoro necessitato da un indentramento che l’autore ha compiuto con evidente sforzo veritativo. Le invenzioni non sono paghe della sorpresa che spalancano nel lettore: esse significano, scardinano. Uno è denudato dalla lettura. Il male naturale e il male umano sono i binari su cui corrono azioni e riflessioni, percorrendo la gamma intera di ciò che tentiamo di scordare; ciò che siamo in quanto specie, l’umano quintessenziato.
Questo è un oggetto narrativo urgente. E’ urgente che sia pubblicato, poiché si tratta di un libro che sono certo che resterà. Come già capitato in passato, per quanto mi sarà possibile, farò di tutto perché Il mio nome è legione venga pubblicato. So già che alcuni editori si stanno muovendo per valutare il testo. Non compio nessun appello, ma un atto che risiede nelle mie forze: pubblicatelo senza dubbi, senza se e senza ma, in nome della letteratura che non smette di cercare il nucleo vuoto dell’umano e di rappresentarne la discesa infera e abbacinante.
Riporto soltanto un passo, esplicativo della capacità ottica di Paolin – a fronte del quale non posso che ringraziare il cielo perché ancora esistano scrittori simili, libri simili:
“Non aveva mai pensato che il nulla fosse una sostanza gommosa e trasparente: un ventre si apre, è cavo: è ventre di donna incinto, eppure dentro non c’è niente. Poi ruotano, come pianeti impazziti, i polmoni di Sergio saturi di gas. Infine luminoso come stelle e simile per forma e disposizione all’Orsa Maggiore il sistema linfatico impazzito di Alessandro.
Tommaso desidera che loro diventino interi, ma non riesce.
Tiresia, pensa Tommaso, è lui stesso limbo. Perché lui stesso è toccato: è Tiresia, l’uomo, e Tiresia, la donna. Il cameriere sulla 128, che percorre le strade che ha percorso Tommaso. L’essere incappato in un vizio di forma, che ha toccato serpenti e gufi, diventando uomo e poi donna e infine uomo. E lui sa che non c’è ragione per essere tutto o niente.
Il male è male, pensa Tiresia mentre arriva da Claudia.
Tommaso pensa che il limbo di questa visione è scampare la vergogna”.

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