Il Personaggio Vuoto: 2 – Bartleby

mag 24

melvillebartleby.jpg“Messaggere di vita, queste lettere corrono verso la morte. Ah Bartleby! Ah umanità!”. Ecco l’esito finale di un Personaggio Vuoto, il Personaggio Vuoto americano per eccellenza, lo scrivano indefettibile e para-ascetico che rinnova un’impossibilità di redenzione del simbolico attraverso la sua formula vuota, una formula magica o, a ben vedere, anti-magica: “Preferirei di no” (“I would prefer not to”). L’esito è un a-verbalismo, l’impotenza dello scrittore, l’urlo che non appartiene ai linguaggi, la resa o il compimento di Melville, di Bartleby, di tutta l’umanità, l’urlo gridato con dolore profetico, quello che lancia l’Isaia che ha predetto e ha descritto e nonostante tutto ha visto compiersi la catastrofe annunciata: “Ah!”. Lingua che esiste a-linguisticamente, ma che è lingua, verbale ed emotiva e corporea: non lingua morta – questo non è un decreto fallimentare, è la constatazione del compimento, è il Vivente della lingua. Oltre quell’urlo: il silenzio.


L’esito delle “lettere morte” (quelle che non giungeranno mai al mittente, per variegatissimi motivi di impossibilità) sono il perno principale del lavoro di Bartleby lo scrivano e tornano alla fine della sua sconcertante (?) vicenda personale.
Comincio da qui: è una vicenda personale? No: non abbiamo notizia esistenziale di una simile esistenza. Questa è la vicenda di un personaggio. Quando impegno il termine “vicenda”, lo oppongo al termine “storia”. L’avvocato che, via via, dopo avere assunto Bartleby ed essere stato fatto oggetto delle sue ripetute enunciazioni agrammaticali (“preferisco [preferirei] di no” compare dieci volte nel racconto, a diversi livelli di intensità e con diverse intensità consequenziali – direi crescenti) – questo datore di lavoro, che viene letteralmente contaminato da Bartleby, cerca invano di ricostruirne la storia, perché lo colpisce la vicenda in cui trova immerso. La storia pregressa di Bartleby è incomponibile, l’unico tratto verificabile è quello che l’avvocato sta vivendo, è attivo, è l’esperienza del rapporto attuale con Bartleby e della deriva di relazione, febbricitante ai limiti del deliquio. La vicenda è dunque per me un tratto di una storia che è attivo a prescindere o anche in forza di una storia ricomponibile in figura. La vicenda sta alla storia come l’emblema sta al racconto. La vicenda è la durata attiva del divenire di un Personaggio Vuoto: intendo che la vicenda è la narrazione (non il semplice racconto) che emerge quando in scena entra un Personaggio Vuoto. Essendo il Personaggio Vuoto una tremula e soltanto apparente configurazione del totale regime di possibilità di configurazione, la vicenda ne è il rappresentante narrativo: è la potenza della narrazione che sembra racconto e invece è l’enunciazione di un accadere, di uno stare per, immanente al mondo, di una potenzialità di senso mai rinchiudibile nel simbolico, mai riconducibile a una psicologia, perfino influenzante i tratti fisici e addirittura fisiologici del Personaggio Umano (che, come negli animali umanizzati in Kafka, ma ancor di più nelle creature che popolano l’Interzona di Burroughs, non sono mimesi narrativa di persone umane: i Personaggi Vuoti possono e anche possono non rappresentare l’umano, l’alternativo onnipossibile all’umano, pur di fare ascoltare e “percepire” il vuoto che è in loro).
Devo attuare una prima deriva, che impegna proprio la potenza della narrazione, qui intesa come il canto di Giuseppina di Kafka: la narrazione come potenza di tutto ciò che può prendere forma di storia e, quindi, come sorgività della mitopoiesi. Le storie sono esemplari, che si pongono su una scala di intensità, che va dalla mimesi mondana (racconto mimetico psicologico, storico, di formazione – praticamente i generi del macrogenere romanzo) alla storia emblematica (i poemi, i romanzi emblematici che utilizzano poetiche allegoriche, sfuggendo alla classificazione di genere). In questo senso, le storie configurano, cioè condensano in forme, una potenzialità vuota che è la narrazione. Le vicende sono eccezioni delle storie. Dall’inerzia inattiva delle storie mimetiche non è possibile isolare una vicenda; è possibile solo quando la storia narrata è allegorica, e allora qui si ha la sensazione che un vuoto inizi a spalancarsi, grazie all’arco voltaico che si instaura tra l’allegorizzante e l’allegorizzato, che istituiscono tra loro un rapporto verticale o magnetico o appunto ad arco, e non un rapporto di superficie come quello algebrico/sostitutivo che lega metaforizzante e metaforizzato. E tuttavia è solo con la pura vicenda che il vuoto si manifesta come tale: si è costretti a stare nel mèllei, nell’incombenza dell’accadimento che non è incombente (noi avvertiamo un’incombenza, ma potrebbe accadere che nessuna forma si manifesti) – e solo la poesia e la vicenda che è la narrazione di un Personaggio Vuoto permettono di stare in una tale indeterminatezza, che è l’essere che può e può non. E’ la differenza che corre tra enèrgheia aristotelica e atto: la vicenda è enèrghia che simula un atto, un atto portatore del ricordo obliato dell’enèrgheia stessa. Il Personaggio Vuoto è il rappresentante in terra (in carta, in mente) della potenza del canto, cioè della potenza della narrazione.
In questa lettura, il grido che sfugge a Melville (“Ah!”) non è motivato dalle lettere morte, ma dal fatto che quelle lettere, in quanto sono ciò che è veramente la morte, cioè l’incarnazione del non sapere cosa accadrà, sono esse stesse un Rappresentante Vuoto che abbacina, così come abbacina Bartleby e la stessa umanità: qui considerata non nella sua storia di storie, bensì nella sua vicenda - la vicenda dell’umano che è il Personaggio Vuoto per eccellenza, di cui si può agevolmente dire: “La specie, finché è, è”, il che coincide con il massimo che di dovrebbe dire di Bartleby.
Insomma, per come la vedo io, la situazione in cui Bartleby mette il lettore è semplice: Bartleby evita la determinazione dell’azione, perchè evita l’oblio di essere potenziale (cioè di essere Vuoto, di essere energetico, di essere attivamente la possibilità di ogni configurazione). Questo evitamento non può essere un rifiuto, poiché, se così fosse, il Personaggio Vuoto assumerebbe una configurazione stabile e dura, che fa uscire dal regime delle potenzialità e dalla narrazione, configurando Bartleby stesso in un personaggio al limite allegorico. Se Bartleby dicesse “No” alle offerte dell’avvocato, la vicenda narrata da Melville semplicemente non sarebbe – sarebbe un racconto, nemmeno tanto enigmatico. L’evitamento di Bartleby è una mossa che si avvicina al néti néti induista: né questo né quello, poiché l’Unico (cioè l’ubiquo potenziale che è nel mondo in ogni qui e ora) non è configurabile, pena la perdita della sua originarietà, della sua sorgività.
Poichè il Personaggio Vuoto si muove attraverso un testo che manifesta la sua vicenda, non è una sorpresa che la formula a-grammaticale dello scrivano abbia interrogato in maniera perturbante gli interpreti. Per esempio Deleuze, nel suo Bartleby o la formula (in Deleuze & Agamben, La formula della creazione, editor da Quodlibet). Deleuze non ignora quanto fin qui ho affermato a proposito di Bartleby: “E’ egli stesso ad aggiungere [alla formula PREFERISCO DI NO]: ‘ma non sono un caso particolare’, ‘non ho niente di particolare’, I am not particular“. A Deleuze interessa che questa particolarità, se assunta, farebbe ricadere comunque il tutto nella sorda incombenza della forma insolita che assilla il linguaggio di Bartleby. E’ attraverso la formula che Deleuze giunge a non-determinare Bartleby, cioè a qualificarlo come Personaggio Vuoto. In realtà, in coincidenza con l’enunciazione della formula, Bartleby compie alcuni atti, che Melville qualifica, via via, come “automatici”, “lividi”, “meccanici” – siamo, cioè, in parole davvero povere, ai confini dell’umano. Deleuze evita l’esame di questi atti, perché di fatto equivalgono alla formula, che è l’esponente unificante del carattere transitorio, parangelico (nel senso che Diogene Laerzio dà agli Angeli: potenze non incarnate che possono però determinarsi nel mondo) di qualunque azione compiuta da Bartleby – “Ogni particolarità è abolita” afferma Deleuze. Bartleby sopravvive in una sospensione che tiene tutti a distanza. Questa sopravvivenza (evidententemente per me, non per Deleuze, è la vita, non la sopravvivenza; la sopravvivenza di Bartleby va intesa come sopravvivenza dei pallidi tratti che espongono l’atissima intensità del vuoto, della narrazione come potenza, poiché Bartleby ha, in quanto Personaggio Vuoto, una missione che esige una momentanea sopravvivenza in quei tratti: condurre nel mondo il ricordo dell’ubiquità dell’essere vuoto, dello stare per che l’essere irradia). Per Deleuze, Bartleby non dispone di alcuna Macchina significante o simbolizzante o “reterritorializzante”, nemmeno la balbuzie, nemmeno il “pigolio doloroso” che è l’ultimativa enunciazione di Gregor Samsa nella Metamorfosi di Kafka: no, Bartleby dispone della formula e la formula lo condurrà in uno stato che sembra quello degli asceti che mirano alla realizzazione dell’essere, una contemplazione in cui il fool è indiscernibile rispetto al saggio, ma in cui domina il silenzio – la silenziosa pace che è la strana musica che emette Giuseppina la cantante in Kafka.
La formula di Bartleby fa dunque “il vuoto nel linguaggio”, dice Deleuze. E quale personaggio è in grado di fare il vuoto nel linguaggio, se non è un Personaggio Vuoto, cioè un rappresentante narrativo che è potenzialmente il vuoto da fare accadere nel linguaggio? Ecco dunque una particolare metafisica manifestarsi in Deleuze: “Bartleby è istantaneo”. Deleuze vede in Bartleby l’impossibile incarnazione dell’inafferrabile qui e ora, che è nel tempo, non è prima e non è dopo. Come può vedere questo Deleuze, se egli stesso non è Bartleby, cioè se in lui non agisce, non saputa, la sostanza (che non è sostanza) di cui Bartleby è fatto? Ecco in che senso intendo parlare di irradiazione del Personaggio Vuoto e della sua vicenda sul lettore: il Personaggio Vuoto supera ciò che è mentale, teorico ed esperienziale, supera le configurazioni e le forme, ma non compie quest’atto naturale senza una conseguenza, senza una missione (senza un messianesimo, cioè – e infatti tutti i Personaggi Vuoti, da Kafka a Melville a Blanchot a Burroughs a Walser a DeLillo evocano interpretazioni che si confrontano con l’orizzonte messianico) – no, la verità è che la loro radianza vuota stimola l’emersione del vuoto nel lettore/scrittore, stimola una postura aperta per cui il qui e ora non è l’idea del qui e ora, bensì una pratica. Pratica che è sorgiva, ma mai stabilizzata in noi come lo è nel Personaggio Vuoto. Questo contagio è la stessa vicenda narrata da Melville: l’avvocato che dà il lavoro di copista a Bartleby è contagiato, inizia una discesa agli inferi interiori che non conduce alla comprensione della natura edenica e indifferenziata a cui Bartleby, senza alcuna fatica, spinge. Spinge dove? All’autoconsapevolezza della natura edenica, della potenza del canto indifferenziato, dell’al di là del simbolico e del linguistico, al di là dell’atto e del detto. Il che non fa sfumare il mondo: in Bartleby lo scrivano si parla. E la postura finale di Bartleby, interpretata dallo sguardo dell’avvocato che non ha accolto in sé la radianza dell’essere indifferenziato, fa sorgere la paura di perdere il mondo: se seguo Bartleby, mi ritrovo davanti a un muro, non faccio più niente. Eppure Bartleby non chiede nulla, non chiede di essere introiettato. Chi è disponibile ad accogliere in sé la radianza vedrà se effettivamente, essendo divenuto consapevole della onnipotenzialità dell’indeterminatezza della sensazione di essere, perderà il mondo o meno.
Questa introiezione, è certo, non interessa a Deleuze. Da questo punto il filosofo francese assume i metodi di una Macchina di visione che lo conduce, attraverso categorie psichiche (l’elemento schizoide, lo slittamento dalla nevrosi alla psicosi…) deterritorializzate, a stabilire una differenza, se non un’autentica gerarchia, tra personaggi melvilliani (e non solo): coloro che espongono un paradigma padre/figlio e coloro che incarnano un’orizzontalità fratello/fratello. Che cosa leghi il fratello a suo fratello rimane inesplicato. L’unico affondo, in questa direzione, è costituito dall’affermazione: “L’ossessione suprema che muove l’opera di Melville è riconciliare i due originali, riconciliare l’umano e l’inumano“. In questo senso, l’ossessione è il Personaggio Vuoto, che non ricade nella casistica fenomenologica e interpretativa che Deleuze ricava dalla lettura di Bartleby: il Personaggio Vuoto è infatti la riconciliazione tra ciò che è umano e ciò che è non umano (nel senso che potrebbe esserlo ma ancora non lo è e forse non lo sarà mai.