“Pietra abbondante”: una poesia

PIETRA ABBONDANTE

per A.

Dove la fronte carica di sdegno scivola la notte solitario il corpo dell’amico trono scivola
e il volto e gli atti suoi compone e finge
fa dritte le parole e di gioia la fronte adorna e veste
di fraseologia la vita sporca di vesti e di metalli e allatta
un mondo che era bambino di era in era e di ora in ora sole e luna
fanno lattea la luce e metallica la prole
del secolo umano.
Qui sono io. Sono io forma e ventura
è l’ora che segue l’andare da me a te radiosamente a l’altro
dì di giudizio, dio o nomade o contrariamente
tempre e rudità antiche, amico: teatro sannitico del quinto secolo
appare tra, fumi, meraviglia, una nebula umida piovendo
gocce e, diaccio, un uomo nero osserva i nostri corpi
verticali e fraterni, verticali o fraterni
a distanza di metri roteando a caso spinti da meraviglia fino ai sedili antichi
e ai bronzi di un’età anteriore e non amata
dove tu stavi a leggere e crescere solitamente in a solo
un uomo oscuro empio i suoi lacci stringe e coopera
all’odio dell’universo ponto
di universi ovunque è sì in centro questo
empio che mugge e mangia aria e luce e ghiaccia
senza volto, con mani oscure e noi lo abbiamo visto
e continuiamo a amarlo rientrando a te, alla madre dolce.

Lavorare alla cura esistenziale

Schermata 2016-05-28 alle 10.45.15

Si va verso la cura esistenziale.

E’ un periodo in cui mi riesce poco di essere oggettivo e, quindi, mi pare sia il caso di astenersi da affermazioni apodittiche, da visioni che non siano mirate a oggetti concreti o particolari. Però mi permetto un’osservazione, che concerne una sensazione intorno a ciò che è un generalmente, sia pure relativo alla mia singolarità. Da mesi mi capita che moltissime persone mi manifestino due generi di disagio: microscopicamente fisico e sintomatico di uno smarrimento circa il senso dell’esperienza attuale. Cerco di spiegarmi brevemente. Continue reading

L’opera assoluta di Alessandro Bergonzoni: un’installazione vivente

Bergonzoni-02

Alle 11.30 stamani, nella Sala della Passione della Pinacoteca di Brera, ho assistito a un’installazione performativa di Alessandro Bergonzoni. Il titolo era complesso: “TUTELA DEI BENI: CORPI DEL (C)REATO AD ARTE (IL VALORE DI UN’OPERA, IN PERSONA)”. La sala era, come si suole dire, gremita. Si suole dire tutto: vi siete accorti? Con quali parole, con quale disperazione infibrata, con quale infibulazione io posso continuare a solere dire e solere dire proprio la disperazione e la primaria meraviglia, l’incubo dell’incanto, l’enormità del tutto che mi è concesso nello spazio piccino di me, che sono immenso nell’aria e sono l’aria, che vede e sente e suole poco? Poiché questo è stato assistere all’opera d’arte di Bergonzoni: è stato non assistere, ma essere, ed esserci, lì, dove il suo corpo muto e fermo mormorava l’inesausta vibratilità di quel mantra sottile che ci fa essere pianti da quella che si suole dire realtà. Io ho assistito alla croce verticale, oggi. La croce è una linea che organizzò lo spazio, quando noi, scimmie un poco angeliche e molto meschine, imparammo prima della nostra storia a essere spazio e a essere tempo: essendo il corpo, allontanandoci da quello e avvertendo l’impulso alieno e fossile ad averlo e non a esserlo, sforzandoci quindi con impeto focolarino di riappropriarcene, mentre facevamo la strage e lo scempio di corpi viventi che dispongono della comprensione del cosmo in cui sono sgocciolati a una vita nuova e pesante, mostosa e metallica: hanno, i corpi, la capacità equivoca di essere tutto non essendolo. A quell’incrocio, quindi in una croce, abbiamo stabilito la nostra storia, con le sue pietre miliari di sangue secco coagulato male, in perenne ossidazione, distinguendo il lì dal qui, il prima dal dopo e perfino ciò che sta e si muove. Sapevamo tutto, dimenticato, dimenticandolo, sfogliandoci nell’aria chimica di un pianeta mai esausto, una imperennità che consideravamo ironicamente stabile, sotto la nostra natura bipede e piatta, massacrando il volto all’infermo, massacrando di colpi all’inferno. Che cosa è, dopotutto, un inferno?: è uno spazio, è geometrico, per esempio: una cella, non affrescata. Non in un duomo o in un’escrescenza delle nostre, architettoniche, biche, robe entomologiche variamente slanciate e rastremate verso quello che si suole dire alto. Una cella senza affreschi, senza dipinti secenteschi di minore importanza, onusti e iscuriti dell’opera lenta e infame dei candelabri che sono i nostri fiati. Come quelli che lì avevamo alle spalle e ai lati tutti, chiusi in una sala semibuia della pinacoteca: una cella chiusa, non si poteva uscire, e senza carceriere che non fosse la nostra stessa volontà di restare lì a vedere: vedere cosa? Lo spettacolo dell’arte, da tempo immemorabile, è stato ed è finito, si è sfinito: il tempo è sfinimento. Il museo spartisce con la guardia molto di sé e parecchio di noi, quelli chiamati democraticamente a informarci, a formarci, quando semmai il problema è l’opposto: sformarci è il nostro sogno precoce e indistinto, offuscato proprio dai corpi. In quale senso tutelava il bene e il corpo Alessandro Bergonzoni lì? Dove era? C’era la parete cieca, illuminata, vedevi la sua muratura, se non gloriosa, antica: l’antichità, questa ruggine del tempo che nemmeno hai vissuto tu, era un valore per le scimmie ingentilite dai pigmenti, che dalle grotte iberiche e francesi presero forme animali e migrarono ovunque: nei marmi, sulle tele, si appiccicarono ai muri. Eravamo, dunque, di fronte a un muro, metri di muro in verticale, pallidamente illuminato, quando è entrato, passo deciso e magrezza nemmeno più sapienziale, ecco: è entrato chi? Parrebbe Bergonzoni. Indossava lo spolverino nero che sembra la tonaca. L’altro giorno ero a Isernia, si avanzava un prete vecchio, illuridito dallo sfregare carne umana continuamente, non certo dagli scaracchi della divinità, ridotta da tanta era a un carro carnacialesco, con la cartapesta delle scritture sacre trasformate in bollettini dell’oratorio, e, mi dicevano, quel vecchio, con la gromma incrostatasi sotto l’unghia fino alla lunetta, era spretato e indossava la tonaca, illegittimamente: non avevo visto mai una tonaca più soave e luminosa! Perché come se fossero morti vestiamo i vivi? Quanto più casta e giusta è la nudità dei corpi, che li avvicina al loro disincarnarsi… Ritto, nello spolverino nero, alto come lo si conosce e secco, verticalissimo, il coccige allineato alla fontanella cranica, le mani lungo i fianchi, immobili, sia pure non serene, ha dato le spalle a noi, popolino di spettatori, noi: che eravamo gli inconsapevoli e, quindi, in un certo modo, in quanto inconsapevoli, i bambini, gli inermi, i massacratori. La voce di Bergonzoni ha rotto il silenzio. Era registrata. L’uomo era lì, a due metri e mezzo da me, voltato verso un muro, silenzioso: forse mormorava tra sé e sé qualcosa di inedito e troppo importante, forse il silenzio ha troppa importanza… Chiedeva, la voce di Bergonzoni, che, essendo registrata, aveva qualcosa del divino per come lo abbiamo pensato e non sentito da quando siamo tutti sapiens sapiens, chiedeva quella sua voce rimbombando un poco, quale rapporto ci fosse tra colpa e arte, accennava al tema della delicatezza della “presa in carico”, soliloquiava davvero?, era questa voce sola che a boato sussurrato ci parlava della cancellazione della beltà della persona dal Museo Esistenziale Dell’Arte… E si accendeva alla parete un quadro immenso da un proiettore verso il fondo della sala, sul muro premanzoniano si accendeva un quadro, una sorta di strano blu Klein, ridotto a quasi poco bianco in basso a sinistra in una pennellata larga verticale e, un poco ancora, in alto a sinistra, una pennellata minore. La voce spenta. La luce avanza i progressi della sua legione fatta spettro: i colori, infatti, si accendono. L’uomo Bergonzoni è rastremato verticale come una colonna, inaggettivata, non è dorica e non è ionica e soprattutto non è infame e in quei momenti non ha fame, neppure: è che è lì. Assiste, forse, all’accendersi di questo quadro immenso proiettato, immane, l’aria umana, i fiati di noi che nei minuti l’abbiamo perso, l’antico vizio all’attenzione, allo stare come quando si sta fermi, e abbiamo davanti a noi, che raccoglie la congerie concitata dei nostri sbadigli e delle nostre frenesie trattenute, un prete più che ortodosso, che sulle proprie spalle raccoglie le esalazioni di anima che emettiamo, questo prete bergonzonico che sta facendo la liturgia antica, preconciliare, dando le spalle al popolo e lanciandone i corpi eterici verso il tabernacolo che era centrale e qui è un quadro informale che si accende piano. Piano. Piano. Secondo i ritmi di questo saluto al sole e alle tenebre che tutto sono e sono anche umane – questo esercizio di rinnovato yoga e fisico e immaginale, disincarnato essendo carne, che *è* Alessandro Bergonzoni, un uomo ritto e pontificale, che fa da ponte, a noi, verso quel quadro che, ecco, si accende, ed è la forma immensa del volto massacrato di Stefano Cucchi.
Assume le gradazioni delle tonalità storiche che hanno preso tutte le immagini, le orientali quanto le occidentali, le masaccesche quanto le caravaggesche, con cui hanno preteso di spingerci tutti oltre l’immagine, oltre la bidimensionalità e oltre l’uomo carnale, il corpo derelitto, il corpo violato, preso in carico e rifiutato, reso rifiuto, reso violaceo come quegli edemi, il corpo straziato come quella restanza di sospiro che mostra i denti giovani e consumati e intatti, la lirica accondiscendenza di qualunque pietà qui convocata a questa oltranza estrema, che va oltre l’oltraggio: trasformare l’oltraggio al corpo nell’oltranza che siamo. Io, lo scrittore che non si sente tale, io, che faccio di me retorica di derelizione e soffro le gocce chimiche di un benessere instabile strappato al mondo della tridimensione, io, l’inadatto, il purpureo, il sentimentalismo nascosto per pudore e spacciato per vittimismo illegittimo, io, il sacco ileo che di tutto fa escrezione e si sente vuoto, io, il poveraccio che non sa e cerca l’abbastanza per durare quel poco e simula l’oltraggio per difendersi dalla natura oltraggiosa, io che non conosco l’arte di sapere l’arte, io, lo scribacchino finito, la cui finitudine è sbandierata senza posa per ottenere amore: io ho scritto in un libro di quell’immagine, proprio quella, che si accende in faccia a noi e all’esichia immobile di un artista, quell’immagine che è tutta l’arte, l’avevo messa nel libro “Fine Impero”, per dichiarare la fine delle immagini, di tutte le immagini, e la fine delle parole, le mie, e ho accanto a me il corpo di un’amica che mi vergogno di disturbare se respiro male, affratellato alla strage che sta compiendo l’artista Bergonzoni. Si suole dire. Avevo detto quell’immagine per pagine, dando l’addio finto alle parole false, ricercando i silenzi veri tra le sillabe della mia impotenza, quando l’impotenza è un resto umano, enorme, carne disincarnata, immagine verissima ma non per cronaca eppure storica e di cronaca, cronica, cronicario, quel teschio cromagnon, quella teca delle sofferenze, quella cristianità assoluta che indistingue qualunque definizione, qualunque definitezza, che ebbe nome Stefano Cucchi, ma non aveva nome Stefano Cucchi, perché già era stato tradotto in immagine, non in arte?, traslato, il funerale che strappa l’immagine dal corpo e te la conduce menzognera nella teca cranica cromagnon che hai. Sono affranto. Sono affratellato: a chi? Alla persona. Quale? Bergonzoni? Cucchi? L’amica che ho a fianco? Gli altri? Me stesso?
E comincia a parlare e si gira, immobile, l’artista. Chiede, la sua stessa voce, che è registrata e rimbomba dalla sfera semibuia così lontana dal celeste: “Sei tu confine?”. E parla: non è vero: non sta parlando. Lui, immobile, che guarda senza sguardo, che è senza giudizio, che rende cristalline le immagini tutte, ascolta l’immagine della sua voce, questa impronta sonora irradiata dalle casse da morto, ascolta se stesso, cioè lui prima, in altra situazione, quando registrava: e dice l’indicibile, non lo so ripetere, ricordo il “viola inviolabile”. Fa la letteratura nuova: la fa contemporanea. Fa l’arte tutta nuova. Poi il quadro, ora alle sue spalle, trascolora. Cosa ne dirà la conservatrice, la restauratrice, che poi prenderà la parola (chiunque prende la parola, non la emette: prendiamo la parola e la nascondiamo, la portiamo via)?
All’improvviso è bianco, non c’è più forma, non è un quadro: è luce.
Lui se ne va via.
C’è solo io. Io solo.
Poi c’è stata la conferenza stampa.

PS. Non ho finito di dire. Non finirò di dire, di quest’opera, un assoluto topico per me. Continuerò, appena posso, nei prossimi giorni, che sono tutti giorni del giudizio, che sono tutti i giorni della creazione. Mi scuso per l’insufficienza. Volevo dire a tutte e tutti che siamo oltre: siamo contemporanei.

“Grande Madre Rossa” negli Oscar Mondadori

96c1fb5127b737953b9877f2f81ba1ceA dodici anni dalla sua pubblicazione, Mondadori riedita negli Oscar “Grande Madre Rossa”, che costituì la mia fuoriuscita dall’apparenza del lavoro su thriller e spy story (la stesura della parte nera de “Le teste” era precedente). Vi si miscela l’arcaico e il novissimo. Un complotto più generale di quello che prende corpo in questa narrazione mi sarebbe stato francamente impensabile. A Milano, davanti al sempre attonito e azzerato ispettore Guido Lopez, esplode il Palazzo di Giustizia: collassa con una deflagrazione mai vista. Le intelligence vorticano in una Milano stravolta e sepolta dalla polvere di marmo che permane nel fall-out, mentre intervengono tutti gli attori che sarebbero in effetti intervenuti nel passaggio storico che da quel libro arriva a oggi: la bella borghesia, la McKinsey e i revisori che incisero nel corpo sociale la crisi economica e sociale, la modernizzazione del controllo militare e della privacy, il premierato, il fenomeno neoterroristico che si struttura come hacking di una nazione, il crollo dell’ideologia d’amore. Si culmina al Cimitero Monumentale: la città dei vivi si oppone a quella dei morti, ma non si sa chi siano i vivi e chi i morti. E’ la fine di tutti i simboli, con Ulrike Meinhof a fare da dea ctonia e genitrice del nuovo. Mi pare di ricordare che lo stile secco e superparatattico indispose certi critici. E’ tuttavia un romanzo a cui tengo moltissimo e di cui nel tempo certi lettori mi chiesero copie. Ora torna disponibile. Sono felice e ringrazio l’editore!
(PS. Sul sito è disponibile una zona con materiali collaterali, inediti e recensioni)

Lo stato delle cose

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Cosa sia successo è presto detto, anche se non si dispongono a un uso amico gli strumenti con cui misurare ciò che non è nel caso tardo. Non trovo parole più posate ed efficaci di quelle che utilizzò un vecchio giovane rivoluzionario, il quale non pensò di togliere la vita a se stesso con l’illusione di darla ad altri. Il suo nichilismo non era tale: ne era piuttosto la cura. Ebbe tuttavia il pregio di vedere in tempo reale ciò che accadeva e questo valse a farne un profeta, visto il cronico ritardo in cui versano coloro che della percezione non hanno fatto un’arte, ma al massimo una professione e nemmeno di fede. Continue reading

I pupazzi televisivi degli anni Ottanta

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Tutto è incominciato e finito con certi pupazzi grossolani, oggetti di pezza a forma di bipedi o quadrupedi, colorati male e tagliati peggio, cuciti con punti inoppugnabilmente dilettanteschi, dalle movenze poco raffinate e prive di psicologia ma non di caratteristiche: i loro pudori espressi con le manine conserte dietro e la testolona che si curva con finta verecondia, la rabbia col petto che sporge mostrando lo sterno e agitando troppo il pelame multicolore, il finto imbarazzo interessato, le malizie, la propensione alla menzogna orribilmente furbetta e meschina, l’appropriazione indebita come finalità non oscura, il raggiro e il deliquio pre-erotico, lo strusciamento contro i tessuti, altrettanto volgari, delle loro spalle umane. Apparvero sulla tv di Stato italiana, che poi sarebbe stata l’emittenza privata. Continue reading

Cultweek: su “Etere Divino”

etere-divino-397x550“Etere Divino” di Giuseppe Genna e Andrea Gentile è un’opera perturbante, sinfonia del mondo contemporaneo e coscienza che si fa, testo che si crea, buio che si guarda

di GIUSEPPE CARRARA

«Questa prosa, scusate, indigna». Così Andrea Gentile e Giuseppe Genna scrivono alla fine di uno dei tanti capitoletti che compongono Etere Divino. Indigna perché la loro scrittura disarticola il linguaggio, elimina i nessi di consequenzialità, è potentemente evocativa, fitta di citazioni, non risponde alle linee della narrazione classica. È una scrittura non focalizzata, perché non si riesce a individuare un punto di vista, ce ne sono troppi, le voci che parlano si moltiplicano, le frasi si contraddicono: eliminato il narratore, il testo si fa da sé…

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Nella convergenza Platone-Hiroshima

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Un certo signore giapponese, ammonendo Marguerite Duras che lo ricordò in un’intervista, si permise di avere ragione asserendo che noi occidentali abbiamo i nostri classici, da Platone a Goethe, e i giapponesi hanno il loro: Hiroshima. Quale dei classici è più classico: l’umanistico o lo storico, che è anche conseguenza scientifica? Al momento la questione sembrerebbe non darsi nemmeno, a un occidentale medio, per il quale si sarebbe tentati di ricordare che non esiste forse tutta questa grande differenza tra Platone e Hiroshima, e cioè tra come gli occidentali hanno prima letto l'”Apologia” e poi pensato e prodotto l’atomica. Continue reading

Stephen Hawking, l’oltreuomo spettacolare

Una delle apicalità raggiunte dall’occidente è incarnata da Stephen Hawking. E’ l’ultimo uomo: il terminale del pop, l’ultimo essere vivente in grado di imporre alle menti il graffio che fu detto: l’immaginario. La sua storia personale è densa di aspettative del superamento a cui l’occidente educò le anime belle e anche quelle meno belle, che ebbero la ventura di apprendere la preghiera alla speranza frontale o che miscredettero, anticipando in forma divina l’esperienza televisiva. Il continuo, sebbene non eterno, superamento che Hawking interpreta vivendo e continuando ad apparire in ciò che è decisivo, con le vesti del profeta così simili al camice dello scienziato, ha il suo contrappunto nell’esperienza fisica che, sinestesia vivente, Hawking stimola in noi a livello quasi subcorticale. Continue reading

XXV_Aprile_Milano

25 aprile: canto di Liberazione

Si pubblica qui di seguito l’inno della giornata fondamentale per l’Italia democratica e repubblicana, e cioè la Liberazione, cantata da colui che Gianfranco Contini definì «il migliore tra i poeti italiani nati nel Novecento», e cioè Andrea Zanzotto.

VERSO IL 25 APRILE

Trissotin: Vous avez le tour libre, et le beau choix des mots.
Vadius: On volt partout chez vous l’ithos et le pathos.
(MOLIÈRE, Les femmes savantes)

Nel tempo quando avevo i sentimenti,
da cui nessuna forza poteva ripararmi
nessun noa né tabu
il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire – nel sacro della primavera –
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
Anche se per voi, certo, non lo era.
Anche se eravate scomparsi una sera
presi da batticuore, ormai rimossi da impatti col vivente
proprio per l’essere stati fino-al-picco del vivere.
Io no. Scrivevo in quegli anni entro gli annali della mia morte,
deliravo sul verde delle piante, sulla beltà,
senza perdonarmi ignoravo, quasi, ogni assenza
e svanimento con me, nella mia omertà.
Ora mi pare di vedere, con onesta ebetudine
e insipidire dei sentimenti, il tradirsi
di tutto in molte friabili forme
senza arrivare a un niente veramente accettabile,
reo totale come si vorrebbe;
e l’adombrarsi di ora in ora
mi pare una fatata legge, con una sua eleganza,
e il silenzio non dista dal grido –
piamente connessi chi sa dove
entro la tresca fuggente di questi prati e forre. Ma:
lo sterminio è ovunque e sempre in atto
mai c’è stato armistizio dopo l’eroica emergenza
e la morte-di-paglia si fa di gran lunga più orribile
che quella per piombo nel tempo
[[sadico/mitico.
Allora: vedere senza battere ciglio, come al frullare
dello sgricciolo nulla batte ciglio
tra gli spogli cespugli del clivo di Carbonera.
E questa dunque la saggezza perversa della sera?
E questa la congiunzione alla sapienza,
la farneticata ieri come vera
congiunzione al coraggio?
Ora, compagni, amici, né-amici, né-compagni –
dèi per me malgrado voi stessi –
avvicinandomi per cumulo di età
e per corrosione a quel punto
in cui voi foste allora –
mi riconduco, osando muto, ad allora, per voi;
e sono partecipe, finalmente, delle azioni
da cui mi distoglieva il deliquio amoroso e pauroso
anche se in esse ero travolto. Mi pare

……………………………………………..
Mi pare, e con mano assisto la tenerezza e il profumo
non ancora del tutto spento,
e i tracciati dei viottoli i fogliami e i filamenti vitali;
con mano assodo i pregi dell’essere vissuto,
e passato a un millimetro da dove
la selva e il vostro sangue
si sfiniscono, incespicano, sputati fuori mano.
se ancora si gira per i cippi
– emersi a picco –
– nel sacro della primavera –
su cui segni scivolano immolati
al rituale autovomitarsi di ogni storia
al non-farsi-capire di ogni ammicco,
allo sbrindellarsi del tessuto di comuni allusioni,
mi ribello, ribelle come voi allora,
e mi traluce bruciando un disincarnamento di me, del mondo,
mi s’impone un giusto adorare penando
un giusto richiamarsi all’obbligo
di ethos e pathos anche se i più arcanamente sfigurati
un giusto bestemmiare moduli e ragioni, nel furore
di un pianto che l’archiatra sommo dirà causato
dal remoto, dal lontano, dall’-alto-dei-cieli, dal vietato
ad ogni aggancio – mera verberazione
fustigazione compiuta a mio danno da falsi paesaggi
interni ed esterni
o semplicemente «da stanchezza, da insonnia».
E, sono pronto, insonnia
fuoco e parto che non si rilassa, intrigoso braciere.
Ecco, capisco che la praxis la poiesis adescano solo poche cose
quando vedo i vostri nomi
nemmeno sforzarsi più di galleggiare sulla pietra
e voi non siete più qui, ne altrove; noi v’inseguiamo
lungo il falso itinerario dei cippi, sudando, o sotto i rovesci
[[della pioggia
delle memorie, delle folate eroiche;
se nemmeno in questo-qualche-modo siete ormai stati,
nemmeno, ora, noi, siamo, qui.
Allora soltanto se se un’insonnia
bestemmiante braciere ripeterà i vostri nomi
nei luoghi dell’insonnia, della pretesa
Ecco queste sono le pretese dell’insonnia
anche questo pretendere di darne intepretazioni
ithos pathos
bestemmiarono i cespugli sommessamente
cippi hipnos pretendere
………………………………………………

Per me il buon calore e il tanto latte dei sentimenti
Ebbe sempre nel fondo un elemento di nera esaltazione.
Erano ferite dentro le colline
Nei fianchi giovani e amorosamente annosi del folto;
e io le vedevo e amavo
cercavo di sopperire a quanto esse esigevano.
In quel mio remoto
smontare e rimontare oggettivi – da
fanciullo iracondo, implacabile –
voi che innocenti come guizzi di ruscello
come stellari girini svaniste nel sangue,
ora entrate – o eravate già entrati allora?
E non so come, fate vostro quel ch’era mia turpe sacralità,
lo portate sensuato e senziente
nel vostro assoluto assolvimento
in ciò che punta i piedi seppur
senza più rendersene conto
non culla non tomba non segno
e neppur scoppiettare maligno d’insonnie/sogni
(ithos) (pathos)

 

Da Idioma

“Composizione composta”: una poesia

COMPOSIZIONE COMPOSTA

Ecco appare l’aurora che la terra non sa.
E questo di lontano andava, andava a me,
come, desolato, era me a decidere la madre dell’aurora
di essere in una desolazione fonda
in un falasco di vita. Dove dirai:
“Sono stato una persona di storie, poche,
e pochi venti hanno eroso me in un pianeta, amato,
tra spoglie deserte e gigli e S.E.R.T.
dove pensavo di fremere bambino di metadone
in metadone ragionando gli altri, magri, lunghi,
con unghie nere di gromma, lontano dalle gralle,
tra i biglioni sulla sabbia all’Adriatico e i dolori
di, in ottavo, un Kafka, una cosina umana, e nemmeno,
un pallore piccolo e portabile
e disse: ‘Uccidesti il figlio dell’Aurora:
non rivedrai né la sua madre ancora!’…”…
E là?… E là…?
Là è la madre delle cose un punto
e chi è baratro al pari di me è bravo
a resistere dolcemente ondulando a pena
e poi, sapete?, fiotta, e urta le pareti
solide, e con cupo impeto rimbomba.
Si travolge infinito abisso dico.
Non intendo davvero di dare un’immagine e,
a pena, una mnemotecnica, una pena
e di finire dove finisco io e giunse
giunse a, immenso, l’azzurro oceano natale e sa
stare che non sapevo e vedevo lontano
le madri affaticate, le levatrici, antichi ardori…
… e tutti voi volare via dallo sguardo tutti…

Esce per il Saggiatore l'”Antologia di Spoon River” tradotta da Antonio Porta

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Cosucce saggiatoriane: è arrivata in casa editrice la prima copia dell'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, nella storica strepitosa traduzione di Antonio Porta, per la cura di Pietro Montorfani, con testi inediti, tra cui la mitologica “Genesi di Spoon River”. Quest’opera si deve soprattutto alla sapienza e tenacia di Rosemary Liedl, moglie di Antonio Porta. E’ l’edizione nettamente più completa e poetica del capolavoro americano che si possa reperire nel panorama editoriale italiano, non solo per gli apparati e gli inediti, ma soprattutto per la versione che un grande poeta italiano qual è Porta dà dei testi. Quanto a me, si tratta di una infinitudine di rapporto che si conferma vivente: se scrivo, è grazie a Antonio Porta, e figurare tra i suoi editori non è affatto una restituzione simbolica, ma un dono reale che lui fa a me e tutti.

Il cinema horror italiano premiato ai David

La premiazione del cinema italiano ai David di Donatello, l’incredibile autocelebrazione del peggio esteticamente espresso da questa nazione, ma nemmeno, dalla capitale di questa nazione, le interviste a questi con accento romanesco che parlano di una cinematografia italica che tornerebbe a fare, l’angosciante e disgustoso velleitarismo a livello di qualunque componente di un’arte che fu nobile (fanno schifo le regie, la recitazione, le sceneggiature), lo spettacolino e l’entusiasmo “emozionale” con cui “adoro” il “genio” e “talento” di questi anni inverecondi e bollandi da qualunque intellettuale serio – tutto ciò contraddistingue il momento storico, il mainstream, la pervicacia con cui verminosità si ergono in gigantismi improbabili. In particolare, vedere “Youth” di Paolo Sorrentino, ovverosia una delle autentiche opere d’arte cinematografiche di questi anni italiani, premiato per la migliore canzone, mi ha lasciato allibito. Il sistema romano della produzione cinematografica e televisiva è per me indigeribile. E’ doloroso, per esempio, non vedere premiato il film di Michelangelo Frammartino, uno dei veri registi contemporanei di cui dispone il comparto italiano: e non lo si vede premiato, perché non c’è, i produttori avranno pensato che è difficile o troppo alto o forse Frammartino non avrà accettato i soliti compromessi. Questo sistema ha sempre fatto schifo, ma oggi fa più schifo di prima, e mi fa schifo pure la connivenza di gente che conosco e che, a fronte di una situazione gravissima a cui sono costretti gli artisti autentici, tace o addirittura acconsente senza nemmeno tacere. L’indipendenza è l’unica strada, il lowest budget pure e bisogna mutare l’intera impostazione di produzione di un film, mutando l’arte: si deve arrivare a fare film con diecimila euro, non pensando al grande schermo. Bisogna spalancare l’arte, fare un’altra arte. Tanto poi arrivano i film in VR per Oculus e l’arte sarà cambiata comunque, sarà tutto “Inception” ma *reale*. E però con Oculus si entrerà in un mondo vituale in cui si entrerà in un locale virtuale che dà su una strada virtuale e ci si siederà nel buio virtuale davanti a uno schermo bidimensionale virtuale per vedere un film vero.

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L’incipit di “Zero K” di Don DeLillo

9781509822829Zero K

Chiunque desidera possedere la fine del mondo” è l’incipit di “Zero K”, il nuovo libro di Don DeLillo, che esce a maggio. E però la fine dell’universo non desidera essere posseduta da anima viva: è possibile. Non è detto, tuttavia, che la fine non desideri. E così Don DeLillo decide per un romanzo filosoficamente zoppo alle prime nove parole, che sono scritte in corsivo e dovrebbero essere una citazione diretta dal padre del narratore. E’ una voce esterna a dire che cosa sia la follia del possesso, del mercato universale, dello scambio tra azione e reazione, della sussunzione della psiche in coscienza, della dialettica tra origine e termine. A nove parole siamo gettati a una velocità folle in una zona che i matematici frattali definirebbero “attrattore strano”: siamo nell’unica forma di universalità che consente il paradigma attuale (la cultura dell’accelerazione scientifica e la prossimità all’estinzione dell’umano per come è stato biologicamente conosciuto finora). Queste nove parole mi sembrano tracciare il territorio dell’unica letteratura possibile oggi, il che non è difficile: è la forma che ne segue, che va a fiorire o scavare dentro questo territorio, a risultare per me ciò che è cruciale nel mio presente artistico. E’ qui che attendo che Don DeLillo continui a essere per me il maestro che è da decenni.

KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA

Franz Kafka e Dora Diamant

Franz Kafka e Dora Diamant

KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA
Un raccontino di Giuseppe Genna

Kafka passeggiava nel parco Steglitz con la sua fidanzata, che si chiamava Diamante. Incontrarono una bambina, che piangeva: aveva perduto la sua bambola. La sua bambola si chiamava Carbone. Allora Kafka si chinò sulla bimba ed estraendo dalla tasca il suo fazzoletto in batista le asciugò la lacrima e le disse: “Carbone mi ha scritto una lettera per te, bimba. E’ colpa mia se la ho scordata a casa. Domani te la porto e te la leggo. Carbone ti ama sopra ogni cosa”.
La bambina si consolò un poco, ma il giorno dopo attendeva Kafka al parco Steglitz al Mitte e non lo vedeva: Kafka faceva ritardo. Aveva trascorso la notte intera in una eccitazione dei nervi eccessiva, pur di redigere una lettera definitiva, scritta per ipotesi da Carbone la bambola. La complessione dello scrittore la conosciamo. Egli sapeva bene di essere un bluff. Inoltre poteva perdere il lavoro sempre da un momento all’altro. Si sentiva badato da pochi e interrogato da meno ancora. Voleva fuggire a Saint Lucia Caraibica, ma era un pensiero irreale, una delle fumisterie sue, di sé con se stesso.
Più si avvicinava il momento dell’appuntamento con la bambina e più Kafka era nello spasimo, come me tutte le volte che accade quanto accade che accada. Inviò un telegramma a Diamante: “Vieni qui presto! Subito! Ahi!, è già troppo tardi!”. Continue reading

COSE DESIDERATE RICORDARE DI ESSERE STATO IO

Io provengo da un tempo elementare, delle elementari, quando si vedeva l’atomium essere un santo moderno e contemporaneo l’esame statale insieme e i militi iberici e le pastiglie al fosforo rosa a ottemperare l’ostacolo alla carie, molto prima dei diabeti e del vostro mondo secondo. Anime suicide si lasciavano andare rosate in abiti rosa, vestaglie, i presera lungo alberi metropolitani in viale Fulvio Testi e in strade deserte. Erano sulla terra a distanza dalla pozza di coagulo i suoi bigodini rosa ricordo. L’aria era un obbligo militare dei diciotto anni, erano i cugini e prima era sempre un prima, spiegato, diletto: le aule di legno biondastro dei piccoli tavoli a stecca larga orizzontale e nera, accanto al foro, di entrata dei calamai e noi eravamo seduti di fronte a una donna, spesso una madre, magistrale e tratteneva l’alterigia, con alcuni gioielli di poco conto lucidi sopra i vestiti colore ruggine a dire, che la natura è bizzarra e si oppone attrito all’amore che riesce, ci riesce. Di lì potevi infilare tra botri e scansare di balza in balza il baltico in quella pozza, l’angheria potevi infilare, ragazzo, tra carne e spirito e verità, facendo male a un altro e io l’ho fatto madre. Dentro alcuni schermi era una cosa elettrica, una forza, un’elettricità del grigio, senza colore tutto tranne che muta e italiana, sempre, quasi una malattia, una dolcezza di razze disseccate e fossili e, sinuosi, i rilievi e le planimetrie d’Italia dove eravamo noi, universali. Solo un tempo per redimersi era un tempo, mai la stima, la gloria e i tributi al genio tartassato dell’uomo Carmelo Bene. Fili alti di giudizi, ronzii, pali nella nebbia. La nostra campagna ruvida ammette bruttezza. Esonda male il Po. Filamenti e fettuccia di nero corroborano l’ago meccanico Singer, cucire, i grembiali dei bambini alle elementari in questo tempo unito a me amareggiato. Più perfetta della pietà è la mia vera memoria, più affilata, ed esondava, sempre, e bene, verso gole altre di altri: amici vizzi, brizzolati, giovani, che ho visto, giunoni a fumare in un locale francese accanto a mio padre e, desistente, condurlo bambino canuto in morbidezze e tepori là a Saint Michel. Quanto falso Nesquik si dà a noi poveri e quanti Aftereight allora. Quanta chimica stipata nell’ordigno ogni giorno atomico che esplode a scuola sulla lavagna a leccare la polvere di gesso e la grafite amara. A mordere la forchetta fredda con i denti freddi, con fiducia in un dolore stridulo e sentito. E di lì io vado, tempo solo, sono stato questo, alla nebula umana unito, tra parrocchie periferiche e, fuori, il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco, verso la Martesana. Così andavo e riflettevo la luce del presera meno dolce, milanese e amata, fino ai cortili, fino alle muggini e ai fumi di roditori alle popolari in una via degli Etruschi, rientrando, solo: nel gene dell’universo imitato io sono specchio a te, o splendore. Il volto del vero è coperto da uno schermo brillante e dorato; sollevalo, tu che aiuti a crescere, per la legge della verità, per la visione.

“Impero dell’astrazione”: una poesia

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Impero dell’astrazione

Silenzio della volontà. Tematica dell’estraneazione. Poeticità della luna.
Tra astri minori rifulgeva.
Come potrebbe altrimenti il verso di Orazio andare.
Era la luna e la notte rifulge nel cielo sereno tra astri minori.
Solitudine sei o bellezza.
Sulle prode amare la vita corta era stare con chi è essere me.
Fumo del pensiero andava in volute cose amare
a essere me sempre e sempre essere io.
Quindi crollai in un corpo e l’oro mi ebbe
sfatto, o ebbrezza o bellezza o incantamento.
Il significato degli avvenimenti veri è di essere alfabeto
che permette di leggere l’idea dell’uomo.
L’opera che si mostra può essere indifferente.
In una astrazione di me siamo andati, a altro andiamo
un duro impero su di noi che preme a estinzione
un duro impero su di noi ritratti
a non avere figli madri imperatori da venerare
solo avere venerazione e essere
solo, questo.

Tre poesie del poeta italiano Mario Benedetti

MarioBenedettiPremioMaconi2014

Non sento niente. Verrà il fegato con i suoi spilli,
o un polmone rauco, labbra addossate alla mandibola.
Ti ho baciata piano, dopo le donne.
Ti ho baciata piano, prima delle donne.
Sono stati porpora gli anni, e a nodi sullo sterno.
Si staccavano figure dal cervello, e un altro orrore.
E’ passata la vecchia di Trasaghis con le zolle bianche.
Non ho nulla, soltanto quello.

 

* * *

 

Era la madre e sua madre, nel ricordo.
Risentiva parole, nelle proprie parole.
Io, soffio addensato a un’ombra di cera,
a un’ombra di sagoma…
Velame di posti. Viti, uova, radicchio,
aringhe, polenta. Maria, la nonna.
Viti di viti, uova di uova…
Carezzevole buio, sì, sono io.

 

* * *

physical dimensions

Erano le fiabe, l’esterno.
Bisbigli, fasce, dissolvenze.
L’esterno dell’esterno
qualcosa ascolta.
Qui.
Oh.

da “Pitture nere su carta” (Mondadori, 2008)

La parola cade

In un certo senso, quanto si va configurando all’orizzonte temporale nostro è che la parola può cadere: non che vada necessariamente a cadere, ma che è possibile che cada. E’ una conseguenza dell’accelerazione cosiddetta tecnologica? No: è una conseguenza del reale statuto della mente. Della parola non c’è bisogno in assoluto. Non è nemmeno il caso di tentare in modo abborracciato discorsi sulla fine dell’arte; è invece il caso di rendersi conto che quando muori non parli, quando mangi non parli, perfino quando pensi non parli, anche se invale ancora la credenza che esista questa cosa del monologo interiore. E’ pure paradossale che, in tempi in cui la parola è trasformata nel suo impatto sul e nel mondo, tanta retorica nei luoghi ricchi in cui la parola cade si faccia per esempio su questa mitologia distorta e molto dannosa (dannosa psichicamente, collettivamente) che è “lo storytelling” o “la narrazione”. Si tratta appunto di una retorica. La verità è che nessuno, tranne pochi e parecchio scriteriati, sa fare un testo o sa avvertire l’intensità in un testo. Tali scriteriati sarebbero gli scrittori autentici. Ne conto pochissimi, non soltanto nella nazione, in questo tempo che pare accelerare nella smaterializzazione del mondo di carne, mentre non è affatto una categoria interpretativa la velocità. Ci sono gradi diversi di istantaneità che dura e che si manifesta, dal tempo uno sembra non accorgersene, ma si accorge volente o nolente. L’istantaneità che dura sempre e si manifesta totalmente è la consapevolezza o, meglio, la coscienza. Ora vengo a me. Continue reading

LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

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LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

Livido di viola e bianco e nero a notte
qui: riameremo. T’aspetto.
Tanta mia povera pena.
Dai tredici anni mi pena girare
girare la chiave che scatta, girare
di vite in vite
tra un cadavere e l’altro
immaginarii:
la febbre del tempo che breve consuma le scoglie
e ne nasce una fenice nuova, sempre una nuova.
Non voglio che scemi la vostra pietà.
Erano, morta!, i miei senza pane sensi
e non sapevo se fare stillare essere o stare
o divenire me stesso: di sasso, di lava è la mente.
Immemore cuore, simili mani.
Frano in una luce madre che dire non so non so.
Vado all’astratto, per impotenza,
grame genti, stridulo ansare,
torrenti e orli di lago e dentro
sono io, sono io Babau.
Ero, bimbo, mendico, di che non so.
Ero, e sono,
a Poppe, a Giolivetto, a Baghirmi e Bornù
e a ieri in aria dove sto non va bene ieri
e futuro non è che fuoco e fummo
stupendamente a essere pietà.
Umane menti: non siete corpi.
Copro mia figlia con assunti e lieve
io e voi andare è l’andare lievi di morte in morte amati,
amate, genti.