MEDIUM – 12. DISCESA NELLA CITTA’ ETERNA

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DISCESA NELLA CITTA’ ETERNA
“Non mi puoi lasciare sola adesso!”. Non urla, non urla mai Federica, la voce è strozzata.
“Non sei neanche al quarto mese. C’è tempo. Perché dovresti avermi tutto il tempo accanto? Scendo due giorni, sono seicento chilometri, non è un dramma…”
“Perché dovresti starmi accanto? Vuoi che te lo dica? Perché ho visto lo spettro di mio padre, e perché sono incinta, ecco perché…”. La fronte è corrugata. Da giorni non fa altro che piangere e non è la gioia per il bambino.
“Federica, quella di tuo padre è stata un’allucinazione. Mettitelo in testa, è stata un’allucinazione”.
“Ho visto mio padre. E sono incinta. E tu vai a Roma a cercare nomi e tracce che risalgono all’era glaciale. Per niente…”


“Non sto lasciandoti sola. Sono due giorni soltanto”.
“Due giorni spesi dietro una tua ossessione. Egocentrismo puro. La tua donna è incinta di te e a te non frega un cazzo”.
“Sei impazzita? E’ il nostro futuro, io sto soltanto sistemando il mio passato. Non lo capisci?”
“Non lo sistemi, il passato. E’ un’illusione tua, hai bisogno di crederci, di tentare di fare lo Sherlock Holmes su tuo padre. E’ morto, lo capisci? Non ti viene in mente di lasciarlo andare. Non hai paura, non sei triste, sei riconciliato con lui. E non ti basta. Ti fa sentire incompleto, la riconciliazione. Agisci come un bambino che è stato punito e si sente in colpa quando la punizione è finita”.
“Si dà il caso che io sia stato un bambino punito. Muore mio padre e scopro che l’uomo che pensavo mi punisse non esiste affatto. Ha vissuto una storia d’amore. Ha pensato di lasciare moglie e figli. E’ tornato con un pezzo di asteroide dalla Germania dell’Est. Di colpo non so cosa avesse in mente, chi fosse. Un anno dopo tenta il suicidio. L’alcolismo, nel frattempo, è alle stelle. Relazioni emotive con il sottoscritto: zero di Kelvin. Se permetti non è Sherlock Holmes e nemmeno Freud…”
“Hai ragione, è Remì. E’ Candy Candy”.
La mano si allarga, lo schiaffo le si abbatte addosso, involontario, perché lo faccio? Cosa mi capita? Mentre muovo il palmo aperto sto già chiedendomi cosa mi sta capitando.
Non ho mai fatto una cosa simile.
Ho infranto il tabù.
Remì diventa Landru.
Lei resta immobile, in silenzio.
Va verso la stanza da letto, sbatte la porta.
Orfeo perde Euridice. Per la prima volta. Deve affrontare gli inferi per riaccostarla. Deve discendere.
Non esiste impresa autentica senza un minimo di accecamento volontario.
Sono a Roma, totalmente al buio, non so nulla. So solo che devo andare a Botteghe Oscure, sede dell’ex Partito Comunista, ora Democratici di Sinistra, slavate controfigure di un passato che nell’infanzia avevo mitizzato. I giorni trascorsi nella sezione, in uno scantinato di icogoogleearth.gif via Tommei a Calvairate, imparando a memoria il canto di Piero Calamandrei contro il “camerata Kesserling”, una delle spinte più potenti a scrivere poesie (ricalcavo lo schema dell’iterazione e del vocativo usati da Calamandrei). O la foto universale grigia del giovane Gramsci, che rende insospettabile la sua fisionomia generale, che fu leopardiana: quello sguardo diretto, scientifico ma disarmato, da cervo inerme, contro cui sparare era più criminale che in altri casi: e spararono. Marx, anch’egli grigio, la barba osservata per ore. Mio padre nel direttivo della sezione a parlare con termini complicati, di cui mi colpì, una volta, la parola “ultremo”: e gli chiesi cosa significasse, e non mi rispose. Piccolino, in braccio a lui, che mi insegnava a urlare e incitare “Ho-Ci-Mìn!”, una, due, cento volte, il pugno sinistro chiuso di me bambino tra le sue braccia.
Il pugno serrato, gelido, blumarrone, livido.
Pajetta, Amendola, Ingrao, Natta, Reichlin, Napolitano, oltre, ovviamente, Berlinguer. Ma anche Marchais, Ulbricht, Ceausescu con le sue opere prefate da Nilde Jotti, Breznev, Castro, Carrillo, Mao, il Che, Goodwin. E i miti, a iosa, l’intelligenza strategica di Togliatti, i nomi della rivoluzione sovietica e di quella cinese. Una coltre onomastica fitta. La mia percezione, ai tempi, era che il comunismo fosse grigio come i muri della sezione nel seminterrato, qualcosa di gravoso ma necessario per giungere a realizzare l’uguaglianza tra i popoli, la disintegrazione delle ingiustizie, l’inesistenza di differenze economiche tra singoli e, dunque, il momento immediatamente successivo, una specie di età dell’oro della creatività individuale, dove chiunque avrebbe svolto il compito per cui era portato e che lo rendeva felice, e io avrei fatto l’astronauta e sarei disceso con una sonda sovietico-americana (di un’America convertita al comunismo) per mettere piede su Marte. Il mio sogno universalizzato passando attraverso la foschia brezneviana della fase di Guerra Fredda in cui crescevo, coi miei coetanei tutti anticomunisti e scandalizzati perché non ero battezzato, un bambino che sta attento ai negoziati di Ginevra sul disarmo e si esalta per il “Niet” di Breznev. Il comunismo era transitoriamente pesante, elefantiaco, sovraccigliato come il volto mongolo e pachidermico di Leonida Breznev.
E ora, a distanza di quasi trent’anni, sono di fronte alla scaturigine italiana di quell’immaginario che mi ha costruito un’infanzia che è impossibile falsificare. Il realismo non è mai bello e non mi rassegnai mai al fatto che il comunismo fosse una forma di realismo. Era grigio, ma era una premessa allo scatenamento totale e definitivo del fantastico.
Si avvicinano sempre di più le cose che claudicano, strisciano, saltellano. Riesco a vederle. Sono qui per questo.
L’archivio è deludente. Mi attendo una galleria piranesiana ordinata per codici di impossibile decifrazione, e invece mi trovo in una serie di stanze consecutive, ognuna dotata di un pc su cui effettuare la ricerca. Poi si chiede all’addetta, dall’aria decisamente ministeriale (il che essenzialmente significa: aura polverosa, svogliatezza) e si domanda dell’incartamento. Si attende e il documento arriva. Per consultarlo si firmano otto fogli prestampati.
Cerco l’anno: 1981.
Cerco: “DDR”.
Risultato: zero. Non utilizzavano l’acronimo tedesco.
Cerco: “RDT”.
Centinaia di documenti a proposito.
Restringo la ricerca: “RDT + Delegazione +PCI”.
Quattro documenti.
Uno soltanto riguarda un viaggio.
Settembre 1981. La dicitura: “Composizione e programma del viaggio di delegazione del Partito Comunista Italiano ospite della SED in RDT”.
Richiedo il documento.
Attendo più di mezz’ora.
Una cartellina minima, sottile: cartone consumato dal tempo, scolorito.
Firmo i fogli prestampati.
Mi isolo. Apro. Leggo.
Elenco dei partecipanti. Nemmeno intercetto i loro nomi, cerco affannosamente il nome di Genna Vito Antonio.
Non compare.
Sono confuso.
Il capodelegazione è Giorgio Amendola. E’ un errore. Amendola è morto nel 1980. Mi ricordo quel giorno di lutto. Mio padre abbattuto che torna a casa e parla con mia madre. Parla civilmente. Io e mia sorella siamo sconcertati. Papà prossimo alle lacrime. Conoscevo i libri di Amendola: traumatizzato dal barbaro assassinio del padre Giovanni a Cannes, negli anni Venti, mitologico ispiratore dell’Aventino, uno dei primi a cadere sotto la persecuzione lanciata da Mussolini contro i comunisti, presule in Francia era un intellettuale complesso, un riformista di stranissima ed equivoca ispirazione, autore di uno straordinario libro autobiografico, L’isola, che mi aveva affascinato per la sua dolenza, per la calma che irradiava.
Era morto nell’80, non poteva recarsi in RDT nell’81.
Gli altri nomi, dieci in tutto, mi sono sconosciuti. Accanto a uno, indicato solo con il cognome, Mattei, è appuntata la carica: capodelegazione.
Il secondo foglio: un programma di visite a Berlino Est e a Lipsia insieme ad alti esponenti della SED. Incontro con Eric Honecker. Visita a laboratori scientifici e case del popolo. Una rappresentazione di Brecht. Ritorno in Italia.
Sono perplesso.
Torno dall’archivista. Le chiedo se conosce tale Mattei. Un compagno importante negli anni Ottanta. Riflette, con lentezza esasperante. Poi: “Mattei è un rompicoglioni”.
“Lo conosce!”
“Viene qui spesso. E’ come se avesse l’Alzheimer, vive come se il PCI esistesse ancora. La sua testa… Sta tutta nel passato… E’ vecchio, ma lucido, e per questo te rompe i cojoni… Te sta’ a racconta’ cose del passato. Ma a chi jene frega?”
“A me”.
Ho ottenuto il numero di telefono, l’ho chiamato, mi sono qualificato. Classe 1925: ha 91 anni. La sua voce, a telefono: un rombo deciso. L’archivista mi ha detto che è “una quercia d’uomo”. Ha più di novant’anni e secondo questa idiota dei DS, avendo vissuto tutta la parabola del PCI dovrebbe essere à la page e pensare all’Ulivo. Mattei, roboante, a telefono, mi dice dove incontrarci: a casa sua, sta in icogoogleearth.gif via dei Volsci.
Sono davanti alla porta di casa sua. Ho citofonato, la voce era ancora più profonda e ferma.
La porta si spalanca.
E’ un vecchio colossale, sfiora il metro e novanta, i capelli bianchissimi, gli occhi penetranti e cerulei, il naso pronunciato, le labbra grosse, pochissime rughe, la struttura corporea salda, mobile. Dimostra quindici anni meno della sua età anagrafica.
“Genna?”. La vibrazione fonica rimbomba per la tromba delle scale.
“Sì”.
“Entri”.
“Tuo padre me lo ricordo perfettamente. Ti faccio le mie condoglianze” mi dice quando ho terminato di raccontargli la storia, il ritrovamento della lettera dietro i libri di Peter Kolosimo, l’anomalia di Amendola in delegazione e l’assenza del nome di mio padre nel documento ufficiale.
Ride.
“Perché ride?”
“Peter Kolosimo”.
“Lo conosce? E’ un autore pre-newage. Parla di alieni…”
“Non l’ho letto. Gli ho suggerito cosa scrivere. Kolosimo svolgeva un’opera eccezionale. Nessuno si è accorto. Disinformazione pura. Richiama soltanto i laboratori e gli istituti di scienze dei Paesi comunisti, tra le note e le fonti. Sta sotto gli occhi di tutti e nessuno se ne è accorto. Il nostro uomo all’Avana. La sesta colonna…”. E ride…
“Mio padre lo conosceva di persona”.
“Niente di più probabile. Kolosimo faceva la spola tra Italia e Lipsia, ai tempi. La cosa più sorprendente di Kolosimo è che quello che scrive è tutto vero. Non era disinformazione: informava seriamente dei risultati ottenuti dalle avanguardie scientifiche comuniste. In Unione Sovietica lo consideravano un venduto al capitale, ma intanto gli passavano informazioni corrette. Peter Kolosimo…”
“Sta dicendo che era una spia della Stasi”.
Tace. Poi: “No”.
“E mio padre? C’era in quel viaggio?”
“Settembre 1981, me lo ricordo perfettamente. Un anno particolare. Il cuore della terra accelerava il suo battito. Cominciava la fine…”
“Del comunismo? Da dentro ne avevate la percezione?”
“Mi riferivo a un’altra fine… Settembre 1981. In programma, un incontro direttamente con Mielke e Honecker, a Lipsia. Tuo padre venne con noi. Sembrava un marocchino. Lo stereotipo dell’emigrato italiano in Germania, da quanto era abbronzato. Si era liberato un posto, chiamammo la federazione milanese, venne lui. Prese il posto che aveva liberato Amendola. Amendola tra l’altro era sgradito alla SED. Io ero capodelegazione, ma da là: vivevo in DDR. Gli anni più felici della mia vita”. E’ un fiume in piena. Cerco di subentrare alla minima pausa nel flusso di parole di questo vecchio sorprendente, che ha visto mio padre, gli ha parlato, se lo ricorda. “Un uomo introverso e infelice, tuo padre. Grande attivista di partito. Ingraiano. Me lo ricordo perfettamente. Questa lettera di cui mi parli è una cazzata. Trascorse tutto il tempo con la delegazione. Non esisteva una traduttrice: traducevo direttamente io. Non c’erano addette della SED, ma solo un rappresentante, il solito che il Partito affibbiava agli italiani: si chiamava Ulrich Zimmer. Uno della Stasi, ovviamente. Come me, del resto”.
Riesco a incunearmi: “Lei lavorava per la Stasi?”
“Certo. Non c’era differenza tra SED, Stasi e DDR. Lo Stato era il Partito che era la propria Polizia. Non percepivo un marco, mi pagavano da Roma. Gli uomini di Mielke abbisognavano di informazioni sui comunisti italiani, l’ipotesi di eurocomunismo di Berlinguer, i riformisti di Amendola. Gliele fornivo gratis: rapporti dettagliati che mi divertivo moltissimo a stendere. Discussioni di ore con i responsabili degli Esteri. Vivevo con mia moglie, Andrea, che poi è morta di tumore. Sono rimasto fino a un anno dopo la caduta del Muro. Poi, disgustato, sono tornato a Roma, da dov’ero partito – nel 1943. Destinazione: fronte orientale, verso il fiume Aksai, Armir, ottava divisione. In Unione Sovietica. Ho disertato alla prima occasione, lanciandomi in un campo di girasoli: erano molteplici le diserzioni, eravamo detti ‘i girasoli’, ti lanciavi e ti mimetizzavi, non ti prendevano più. Mi sono presentato tra le file dei compagni dell’Armata Rossa al secondo giorno dall’ingresso in territorio sovietico. Non c’era neve. Ero comunista dall’età di dodici anni. Mi sono arruolato come membro a latere dell’Armata Rossa. Ho frequentato il corso da carrista. A un guado, il mio carro si è insabbiato. Me ne hanno dato la colpa. Il fatto che fossi italiano ha giocato un ruolo essenziale. In un chiaro di bosco, lontano dall’accampamento della mia divisione, quelli dell’NKVD di Berija hanno istituito un processo volante e mi hanno condannato alla pena capitale. Non fosse stato per Semirov, il capitano… Questi aveva una moglie che conosceva l’italiano. Riuscì a farmi commutare la pena: dieci anni di lavoro forzato. Ero un giovane forte, non mi spaventai. Venni tradotto sui carri prigionieri che partivano da Gomel’. Conoscevo il russo già abbastanza per cavarmela. Il carro bestiame percorreva un binario unico. Era stracolmo di deportati, la destinazione era sconosciuta, il fetore insopportabile. Il terzo giorno iniziarono le infezioni intestinali, non ci davano da mangiare. Io ero premuto contro il fusto della latrina sul fondo del vagone, schizzi di urina ed escrementi mi colpivano i vestiti. I vestiti di tutti i prigionieri erano incrostati. Non si poteva respirare. Appendevano accanto alla porta una pentola d’acqua una volta al giorno, lanciavano la razione di pane nero stopposo, la pajka. A volte, l’aringa. C’erano lotte a sangue per accaparrarsi la testa dell’aringa, che contiene fosforo per via del cervello, e si credeva che il fosforo prevenisse lo scorbuto e altre infezioni. Una volta abbattei un urka, mi impossessai della testa di un’aringa affumicata, masticai lentamente, fino a spezzare le lische e le pareti cerebrali, gli occhi, tutto un boccone denso che sorbii lentamente, mentre gli urki amici di quello che avevo abbattuto mi scaricavano addosso calci e pugni. Non li sentivo nemmeno, intento a masticare il fosforo della cervella d’aringa. Gli urki erano il peggio della malavita sovietica. Gente depoliticizzata, piccoli criminali adatti a sopravvivere ai margini del sistema staliniano. Portavano tatuaggi ovunque, sulle braccia, sulle gambe, sulla nuca, e denti d’oro se erano capi. Familiarizzai con gli urki, colpiti dal mio atteggiamento coraggioso, dalla mia forza fisica. Mi chiedevano della vita in Italia. Non potevo parlare con loro del compagno Stalin, che credevo all’oscuro delle deportazioni in massa: non gliene fregava niente di Stalin, a volte neanche sapevano chi fosse. Il treno, lunghissimo, pullulava di prigionieri politici, gente torturata fino ad ammettere accuse assurde su fatti inesistenti, cospirazioni di carattere trotzkista per uccidere Stalin, e gli arrestavano i parenti intimi, li tenevano due giorni in stanzette in cui potevi solo stare in piedi, non potevi nemmeno sederti, al secondo giorno le cartilagini delle ginocchia erano lesionate, a volte irrimediabilmente, e gli staccavano le unghie.
Tentai di fuggire da quel treno: divelsi due assi, mi lasciai cadere senza risistemarle, fu il mio errore. Mi lanciai nella foresta a perdifiato. Dopo nemmeno un quarto d’ora ero inseguito dai cani lupo delle guardie. Mi presero, mi ridussero in fin di vita. Lesioni agli organi interni. Persi tre denti. Un cane lupo mi fece a brandelli il braccio. Guarda…”
Si solleva la manica, il braccio è possente, l’avambraccio è un cartiglio di cicatrici. Non può avere novant’anni. Resto a bocca aperta…
“Comunque mi riportarono sul treno. Mi cagavo addosso, puzzavo come una bestia. Non riuscivo a sollevarmi. Pisciavo per terra, sulle assi, era un piscio di sangue. Tutti dicevano che non ce l’avrei fatta, urki compresi. Mi feci la Transiberiana. Ci volle un anno. Ci fermavamo in prigioni dove ci lavavano con getti di vapore contaminato, che non ci disinfestava dai pidocchi. Appresi il piacere morboso di levarmi di dosso i pidocchi e di schiacciarli tra le unghie: scoppiavano, ne usciva sangue. Alcuni erano grassi e grigi, altri più piatti e chiari. Gorki, Kirov, Sverdlovsk, Petropavlovsk nel Kazakistan, Novosibirsk, Krasnojarsk, Irkutsk, Čita, Blagoveščhensk, Habarovsk e infine Buchta Nahodka, sul Mar del Giappone. Andavo alla Kolyma, da dove nessuno tornava. Un mese a cinque gradi, il resto a cinquanta gradi sotto lo zero. Un ammasso di capanne legate da funi di ferro: se esplodeva la bufera di neve non si vedeva a mezzo metro, ci si aggrappava a quelle cordami di ferro per ritrovare la baracca. Chi non afferrava la corda o cadeva durante il percorso, mentre falde gelide di neve accecante colpivano il corpo vestito con stracci (io portavo come sciarpa una canottiera sempre diaccia, umida), moriva sul posto e capitava di trovare i corpi la primavera successiva. Alla Kolyma indossavo scarpe fatte di pneumatico, che non isolavano termicamente. Iniziai a lavorare col tempo caldo. Nonostante la stagione, solo il metro superficiale di suolo era disgelato. Veniva scavato con la pala in modo relativamente facile, ma, quando cercammo di attaccare il permafrost furono necessari il piccone e i magli di un cuneo dissodatore. C’era una quota produttiva giornaliera che andava rispettata, pena saltare il pasto, il che significava l’inizio di un veloce decadimento fisico, fino alla morte. Io ero addetto alla carriola con cui scaricare i detriti, mentre altri scavavano nel permafrost alla ricerca di oro. I siti di scavo erano spaziati regolarmente tra corsie di tavole, che andavano da ciascun sito di scavo alla grande area di scarico dei sassi e dei detriti e della terra. Fare avanzare la carriola sulla terra ingobbita o pantanosa era impossibile. Il sistema funzionava bene finché il livello di scavo non scendeva oltre i due metri di profondità: a quel punto le pietre e la terra non potevano più essere sollevate per depositarle nella carriola. Si doveva caricare la carriola dentro la fossa e poi spingerla fuori su un’asse inclinata. Io la tiravo per i manici, da solo, non mi avevano affidato compagni, vista la mia complessione. Gli altri lavoravano in coppia. Quanto più a fondo procedeva lo scavo, più intricato diventava il sistema per la risalita. Poteva esserci una rampa che scendeva al livello dello scavo passando per un livello intermedio, da cui, in senso inverso, partiva l’asse inclinato che permetteva di riportare la carriola in superficie. C’erano situazioni più complesse che costringevano a congegnare percorsi obliqui tra pianerottoli discendenti. Alla profondità di quattro metri, la terra scavata veniva compressa in ceste molto pesanti, sollevate tramite una puleggia. Per rompere i blocchi di terra gelata, si praticava un foro e si inseriva dinamite e si faceva saltare.
Quasi sempre venivo assegnato ai nuovi siti, dove il lavoro era del tutto manuale. I percorsi con la carriola mi parvero uno scherzo, dapprima. Contavo i passi: 43 per andare dal sito di scavo al luogo di scarico. Ma quando la mia brigata cominciò a scavare più lontano, le cose si fecero impossibili. Nel frattempo avevo contratto lo scorbuto. Vedevo male: come fosse notte in pieno giorno. Le gengive sanguinavano, i piedi erano troppo gonfi per essere contenuti da quelle calzature di pneumatico. Mi reggevo in piedi con difficoltà, ero spaventosamente dimagrito. Nessuno ci badava, nessuno valeva niente nella Kolyma. Il percorso da effettuare con la carriola si era allungato, bisognava seguire diverse varianti nelle corsie di tavole. La ruota rozza della carriola si impiantava, le leggere pendenze mi erano insopportabili e stringevo i manici facendo resistenza con tutto il peso del mio corpo scarnificato. Oltre tutto, la neve disciolta creava ristagni dove germinavano zanzare, moscerini e tafani grassi e lucidi, le cui punture martoriavano gambe, braccia e torace anche attraverso i vestiti. Le cimici risucchiavano il sangue malato.
In breve il sistema nervoso saltò e mi ritrovai a colpire un urka che insultava Stalin, nella baracca. Ero ancora comunista, vivevo la piena certezza che Stalin fosse tradito da una burocrazia militare corrotta, che lo teneva all’oscuro delle deportazioni di massa. Colpii il volto dell’urka con un sediolo, gli spappolai l’orecchio, mi spedirono in isolamento. L’isolamento è l’esperienza limite. E’ il fondo del cono capovolto, il vertice dove abita Lucifero. Venni scortato in questa cella buia, il cui pavimento era appositamente coperto d’acqua. Una panca attaccata alla parete, che presentava, al tatto, uno strato spesso e viscoso, su cui premetti, e scoppiò e dei vermi mi si attaccarono alle dita. Non potevi dormire, dovevi stare rannicchiato con le ginocchia premute contro lo sterno, e per uno alto come me era un tormento doppio. C’era il bogliolo per i bisogni, mi chiamarono fuori della cella per svuotarlo e me lo fecero pulire con la camicia. Rientrato in cella, al buio, immersi la camicia nell’acqua e strizzai, mi occupai alla cieca degli insetti e delle larve che si erano attaccate al tessuto, ma la camicia, per tutti i cinque giorni non si asciugò. Non portavano acqua potabile. Finii per perdere la salivazione. La lingua non si staccava dal palato e le labbra si crepavano. Il solo modo di evitare la disperazione e la depressione era di non pensare. Imparai a escludermi del tutto, per rifugiarmi nella garanzia del mio stato personale. I pensieri mi si insinuavano nella mente come serpenti, ma imparai a scacciarli, conficcando le dita nella carne viva che lo scorbuto mi apriva nei palmi delle mani. Spezzettai il tempo in unità immaginarie, che ipotizzavo corrispondere a ore, facendo perno sul momento in cui la diarrea mi costringeva a quel percorso nell’acqua infetta al buio. Ebbi visioni fantastiche, che scacciai. A un certo momento, si presentarono i morti: persone defunte che avevo conosciuto a Roma, durante il trasbordo alla Kolyma, ma anche sconosciuti. Mi bastava sentire che io ero io, che c’ero ancora, e quelle visioni spettrali si volatilizzavano.
Al quinto giorno mi fecero uscire. Fui investito, fradicio com’ero, da raffiche di vento e neve. Faticavo a camminare. Mi unii al gruppo disprezzato dei dochodjaga, che frugavano tra i rifiuti. Compresi che i dochodjaga, saputo che era avvenuta un’esecuzione e che il cadavere era stato sbattuto tra cumuli di neve, cercavano come animali le carni umane del morto e addentavano. Pensai di ricorrere alla pratica delle mastirki, cioè le automutilazioni o, peggio, l’inoculazione di sostanze purulente in ferite aperte di propria sponte, per ottenere un ricovero in ospedale, lontano dal campo. Spesso queste pratiche conducevano all’amputazione o alla setticemia.
Ero nel buio più totale. Avvertivo l’indifferenza a tutto che è l’anticamera della morte.
Finché venni liberato.
Inaspettatamente, di colpo. Arrivò da Mosca un dispaccio. Ricostruii successivamente il corso degli avvenimenti che mi salvarono: il nucleo parigino del Partito Comunista era venuto a conoscenza della mia sorte grazie a Semirov, il comandante che mi aveva commutato la pena di morte nella detenzione alla Kolyma. Quell’uomo era buono. La moglie scrisse direttamente a Parigi. Fu Amendola in persona a inviare un dispaccio a Stalin. La liberazione giunse immediata.
Non sapevo cosa fare.
Ripercorsi il tragitto che mi aveva condotto all’inferno della Kolyma: questa volta, al contrario. Approdai a Mosca dopo nove mesi. Mi offrii ufficialmente come interprete agli uffici dell’NKVD: quelli che erano stati i miei aguzzini accettarono. Mi occupavo dei contatti tra i fuoriusciti italiani comunisti e i sottoposti di Berija. Conobbi Andrea, scappata dalla Germania nazista, comunista anch’ella. Non avemmo figli.
Alla fine del conflitto ci chiesero di diventare pionieri in terra tedesca. Prendemmo contatti. Falsifacavo, a loro favore, i rapporti sugli odiati riformisti comunisti e su Amendola in particolare: per gratitudine. Noi assistemmo alla nascita della Repubblica Democratica Tedesca. Lo Stato perfetto. E’ un idiota chi non lo ammette. Undicesima potenza industriale al mondo, con sette milioni di abitanti, assediata da tutto l’occidente in quanto punta avanzata del comunismo in Europa. Obbedienza, disciplina, certo. Ma anche valori, solidarietà, condivisione, sogni. Cultura. Scienza. Si preparava una spedizione spaziale, negli avanzatissimi laboratori tedesco-orientali: una sonda da inviare in orbita su Marte, umiliando sia l’Unione Sovietica sia gli Stati Uniti. Il comunismo trova, se unito allo spirito tedesco, una capacità di applicazione scientifica, ineguagliabile.
mediumicoaudio.gif Ma l’uomo è l’uomo. La natura è selettiva e mistificatrice: è anticomunista.
Io resto comunista e chi mi viene a raccontare la panzana che il comunismo è morto prende uno sputo in faccia. Io ho vissuto alla Kolyma la massima, insuperabile degradazione del comunismo e so che essa non può frenare la potenza sovrannaturale del comunismo. La natura è anticomunista in quanto selettrice, ma il sovrannaturale è comunista in quanto ecumenico e beatificante. La natura pone differenze laddove ciò che supera la natura, fondandola, pone delle uguaglianze. Esiste un’oltrenatura che la scienza presto individuerà e allora la vedremo. Il comunismo è una potenza che appartiene a quell’ordine. E’ più potente della natura manifesta. La sua apparizione tra gli uomini, equivocata, è solo un accadimento occasionale, che prelude a un trionfo universale. L’universo sta ed esiste armonicamente perché è comunista, altrimenti non emergerebbe dal nulla. Il nulla è comunista, poiché in esso non si riscontrano differenze”.
Ero stremato. Attonito. Ero confuso come si è confusi di fronte alla piramide di Giza. Qualcosa di gigantesco mi era apparso. Un’eruzione irrefrenabile di potenza, di storia, di umanità impensata.
“Quanto a tuo padre, non ti crucciare. Al 90% quella lettera è una creazione della Stasi. Qualcosa che doveva avere un qualche significato per tuo padre 25 anni fa. Ha seguito la delegazione con una puntigliosità assoluta. Oppure, di notte, qualche conoscenza occasionale, niente più che una storia come altre… Del resto tu conosci tuo padre meglio di quanto possa conoscerlo io, no?”
mediumicoaudio.gif Stazione Centrale di Milano.
Le scosse procuratemi dall’incontro romano mi stordiscono.
Federica non ha risposto al cellulare in questi due giorni di catabasi nella città detta “eterna”. Eterno il comunismo, sovrannaturale, secondo la quercia umana che mi aveva strattonato con il suo fluviale racconto.
Andando a caso consideravo, girando per strade vuote, che l’equilibrio si vede da sé, si avverte immediatamente. mediumicoaudio.gif Ribussa ai miei pensieri un desiderio di ieri…
Arrivo a casa.
Chissà perché avrò abdicato: dalle mie rette vie, dalle certezze faticosamente costruite in anni di solitudine e vacanza da me e dagli altri.
Le parole di Mattei risuonano. La potenza. La forza sovrannaturale.
Tra i sussurri, l’indolente ebbrezza di ascendere e cadere qui, tra la vita e il sonno, la luce e il buio, dove forze oscure da sempre si scatenano…
Apro la porta.
Federica dorme: osservo la sua sagoma sotto il piumino: ha sempre freddo per via della pressione costantemente bassa.
Osservo la sua sagoma e sconcertato vedo che sono due: dentro di lei si sviluppa, come un germe ittico, il piccolo cuore con la coda di pesce che è mio figlio, o mia figlia. Il piccolo girino si ingrossa risucchiando dall’interno l’alimentazione, mangiando il corpo della madre. Da dove veniamo? Eravamo così agli inizi? Striscianti, respirando con branchie, muovendoci con pinne, alzandoci semieretti fuori dai bassi strati di liquido solforoso. Gli inizi che si ripetono miliardi di volte nel grembo di una donna.
Osservo Federica, il suo volto placido, alabastrino, le grandi palpebre, le narici dilatate nel rilassamento. La dolcezza che evoca l’idea di cosa sia ora mio padre si intensifica proporzionalmente all’intensità dei palpiti che provo per questa donna disarmata davanti al suo passato ingarbugliato.
E di colpo il suo corpo inizia a scuotersi, trema e poi si sbalza, inarca la schiena e stride, lei nel sonno dice cose impressionanti.