La psiche, il trauma e l’umano: il trauma è l’umano
feb 23
di Salvatore Agresta
[Nato a Matera nel 1964, Salvatore Agresta - che immensamente ringrazio per il contributo inviatomi - attualmente vive e lavora tra Teramo e Roma. Psicoterapeuta, ha pubblicato nel 1998 L'arte di guardare la tv... e rimanere sani (ed. Paoline) e nel 2000 Help! Alle radici dell'auto-aiuto (Ed. Paoline). L'intervento che segue è nato grazie a un dialogo intorno a questo articolo e conferma la dinamica virtuosa a cui qui accennavo. Agresta riprende il discorso sull'indole della lingua, che io conduco fino alla conclusione della penultimità della letteratura, e lo sposta sul parallelo che è anche coincidente: l'indole della psiche, di cui il trauma è il penultimativo. Resta il buco nero (o bianco) dell'al di là della letteratura, dell'al di là del trauma. gg]
Quando e come origina l’UMANO?
L’origine è un processo complesso e diacronico, è la fonte da cui sgorga ciò che è in genesi perpetua e non cessa di originarsi. L’origine è distribuzione di possibilità, non un punto fisso irradiante ma una nebulosa che si muove con dinamiche turbolente, con formazione di elementi e strutture di crescente complessità e stabilità, mai fissate una volta per tutte. L’origine non è unica ma plurima e articolata, per cui è più vicino al vero dire le origini; non l’Uno, ma l’unificazione; non lo Zero iniziale, ma la nube delle potenzialità che si estende nel tempo e nello spazio creando un universo psichico con zone di continuo flusso e transizione.
Scegliendo il metodo scientifico Freud si è fermato sul bordo del luogo dell’origine, quello spazio/tempo pre-psichico in cui l’essere umano è in balia (è nel pozzo artesiano?). In balia di cosa? Un’esperienza? Esperienza di cosa? Anticipo l’ipotesi conclusiva: l’UMANO è in balia della PSICHE che l’induismo chiama pulsazione del prāņa. È questo il trauma originario, concreto, individuale e universale al contempo.
L’origine non cessa di “originarsi” in diacronia, l’esperienza presente ri-significa l’esperienza passata lumeggiando la futura, in un illusorio effetto di posteriorità. In questo Grand Jeu di luci e ombre, in ogni istante l’UMANO rivive il trauma originario senza averne coscienza. La psiche è il guscio della coscienza: dispositivo deformante, filtro protettivo (non è questa l’idea centrale del cognitivismo?). Protettivo da cosa?
Va detto che Freud già nel Progetto di una psicologia scientifica del 1895 ha indagato scientificamente il ritmo pulsante tra crescita e diminuzione delle tensioni, regolato dal principio di costanza e poi dal principio di piacere-dispiacere, ritmo che secondo lui sarebbe all’origine della psiche. In principio (già in utero) era il CORPO: pura sensorialità marasmatica, collasso del sensorio: il primo oggetto è il corpo, oggetto originario e concreto. Il passo ulteriore in direzione dell’UMANO sta tutto nell’affermazione che “l’isterica soffre di reminiscenze”, vale a dire soffre di psiche. Qualcosa prende forma nei micro-intervalli di tempo e di spazio interneuronale, qualcosa che appare misterioso ancorché immaginabile: si tratta infatti della produzione di configurazioni sensoriali che chiamiamo immagini. Più di un secolo dopo, con ben altri strumenti a disposizione, Damasio ha confermato l’origine corporea dell’emozione.
Questi primi scritti freudiani si concentrano su fenomeni di eccitamento, costanza, ritmo, sensorialità, traccia, segno, acquietamento-soddisfazione: vi si individua qualcosa che esercita la funzione di oggetto di piacere e soddisfacimento ma anche azione d’acquietamento dell’eccitamento somatico. All’origine vi è la fisicità, dominata dal principio di inerzia neurotica per cui l’eccitamento somatico origina nel corpo e si annulla nel corpo. Ma gli stimoli endogeni non possono essere tutti scaricati mediante movimenti riflessi, e dunque perturbano ininterrottamente lo stato inerziale producendo riverberi di materiale sensoriale. Da questo marasma primario prende forma la proto-psiche come registrazione di tracce sensoriali. All’origine dell’UMANO vi sarebbe la registrazione della prima traccia mestica del marasma sensoriale, la prima onda d’urto del trauma originario.
In origine, dolore fisico e dolore psichico sono embricati e la prima traccia somatica è l’originale cui seguiranno copie d’immagini mestiche, rappresentazioni: la psiche-guscio è crosta e cicatrice effetto del dolore primario. In che modo lo psichismo nascente costruisce un’immagine mestica? Nel Progetto Freud descrive il sistema neurotico come naturalmente dotato della capacità di scaricare ogni stimolazione esterna secondo lo schema dell’arco riflesso: ciò che sin dall’inizio turba il sistema neurotico è la stimolazione endogena, cui l’organismo risponde riverberando modificazioni di stato (stati emotivi corporei), essendo impossibile scaricare in maniera durevole l’accumulo di tensione endogena. Cosa consente all’UMANO di resistere agli assalti del dolore pulsante, dando così forma alla psiche?
Quando si realizza l’esperienza di momentaneo allentamento del dolore, l’illusione che un qualche oggetto abbia reso possibile la scarica viene registrata nei “neuroni nucleari”, in altri termini si crea un’associazione fra la percezione dell’oggetto, la scarica e l’alleviamento della tensione. In queste intermittenze neuronali, in questi minuscoli sbalzi di potenziali elettrochimici prenderebbero forma serie di tracce mestiche.
La chimica del soddisfacimento e della tensione produce segni di percezione, che in realtà sono allucinazioni. L’esperienza di soddisfacimento evoca l’immagine del lattante al seno, ma tale immagine non compare mai nel Progetto (la parola “seno” vi compare solo una volta). Freud ha chiaro che ciò che viene conservato di tale esperienza somatica è la RAPPRESENTAZIONE dell’ombra dell’oggetto perduto, su cui si fonderà l’esperienza del desiderio e della mancanza. La traduzione letterale del termine tedesco usato da Freud, Befriedigung, non è soddisfacimento, bensì acquietamento: in tedesco Frieden è proprio pace, quiete, tranquillità. La psiche germina nelle intermittenze tra desiderio e soddisfazione del desiderio, allucinando e immagazzinando rappresentazioni di dolore e acquietamento. Questa dinamica neurologica si basa sull’alternanza tra principio di costanza/acquietamento e principio di piacere/soddisfazione. E non solo.
Vi sono due ipotesi che non sembrano avere nulla in comune me che invece rivelano sottili implicite simmetrie. La prima è tratta dagli scritti freudiani e ci conduce all’interno di una zona oscura e poco esplorata, o meglio da pochi esplorata a fondo: “la strana ipotesi delle pulsioni di morte”. La seconda ipotesi è di natura biologica: il suicidio cellulare programmato altrimenti noto come apoptosi, risultato di ricerche sulla biologia cellulare sviluppatesi a partire dal 1960.
Mi pare che si possano rintracciare dei punti di contatto, delle simmetrie tra queste due strane ipotesi, considerando che le intuizioni freudiane sono frutto di speculazione, “spesso una speculazione che si spinge molto lontano” fantasticando in termini metapsicologici e inseguendo intuizioni fluttuanti. Quello che colpisce, negli scritti freudiani dal 1920 in poi (ma anche nel Progetto di una psicologia del 1895), è lo sforzo immaginativo con cui egli vede intuitivamente quello che non è in grado di vedere obiettivamente: analogie, connessioni, collegamenti. Vi sono passaggi di Al di là del principio di piacere in cui la metafora biologica è vicinissima all’effettiva biochimica cellulare oggi osservabile grazie alla tecnologia microscopica.
Gli studi sull’apoptosi sono in pieno sviluppo e ci mostrano come all’interno della materia vivente sia in atto sin dalle origini una morte cellulare programmata, un suicidio cellulare, una sottrazione da cui scaturirebbero le forme dell’organismo: ossa, organi interni, epidermide, sistema nervoso. Fino a una cinquantina di anni fa si riteneva che le cellule fossero entità immortali e che la loro morte fosse un evento patologico legato a grossolane perturbazioni dell’omeostasi – ipossia, ischemia, ipertermia o avvelenamento da tossine – che portavano alla necrosi di vaste porzioni del tessuto colpito. La morte cellulare appariva quindi come un fenomeno non fisiologico e dannoso per l’organismo. Successive osservazioni sperimantali dimostrarono invece che le colture in vitro non si mantenevano indefinitamente, ma si esaurivano spontaneamente dopo un certo numero di duplicazioni. Apparve chiaro, dunque, che le cellule invecchiavano e morivano fisiologicamente. Nel 1965 John Kerr, studiando i diversi quadri di morte cellulare che si verificavano negli epatociti, descrisse un nuovo tipo di morte con caratteristiche diverse da quelle della necrosi. Nel 1972 lo stesso Kerr e Searle proposero per esso il nome di apoptosi, termine greco col quale si indica la caduta delle foglie dagli alberi o dei petali dai fiori. Sin dal concepimento la morte cellulare agirebbe plasmando e modellando in un lento e interminabile lavorio, fino alla vecchiaia e alla morte. Apoptosi è il processo per cui tutto si costituisce per poi disfarsi, e si disfa per ricomporsi. Ogni singola cellula del nostro corpo possiede la facoltà di autodistruggersi in poche ore; la vita consiste nel rimandare il suicidio cellulare programmato resistendo all’autodistruzione.
Se l’apoptosi toglie, la metamorfosi della cellula-uovo aggiunge, in passaggi circolari successivi: divisione o sdoppiamento cellulare; differenziazione cellulare, da cui derivano asimmetria e diversità; migrazione, vale a dire lo spostamento delle cellule attraverso il corpo, che permette di ricomporre nello spazio la diversità che si va creando. Nel corso di questi passaggi circolari, moltissime cellule scompaiono: questa morte cellulare è apparsa per anni inspiegabile, sebbene onnipresente. I microscopi ottici hanno permesso di osservare quello che Freud aveva potuto soltanto intuire: la contemporanea costruzione e decostruzione del corpo. Sotto gli occhi increduli dei primi osservatori, agiva lo scalpello di un invisibile scultore che, eliminando materia le dava forma. Il lavorio scultoreo procedeva con aggiunte e prelievi contemporanei, insieme modellando e falciando. L’apoptosi lavorava fianco a fianco con lo sdoppiamento cellulare, dando forma ad una danza macabra in cui Eros e Thanatos avanzano a braccetto.
La morte cellulare è lo strumento che dall’origine produce l’intero organismo così come si presenterà alla nascita. La scultura procede dalla base alle estremità, dando forma anche al sistema nervoso e al sesso, secondo procedure geneticamente determinate. Emblematica è la scultura della mano, che nell’embrione è inizialmente presente in forma di manopola, di palmo senza dita ma con cinque rami di cartilagine circondati da tessuto: la morte cellulare scalpella i tessuti che congiungevano i cinque rami di cartilagine, dando forma alle cinque dita, liberandole dal guanto tissutale. Allo stesso modo, la morte cellulare scolpisce gli organi interni dell’embrione: a pochi giorni dalla fecondazione, essa produce un buco – abbozzo del tubo digerente – all’interno dell’ammasso sferico del centinaio di cellule che costituisce il futuro essere vivente. La morte cellulare permette poi il ripiegamento degli organi su se stessi, grazie al suo sapiente lavorio di taglio e modellamento. Man mano che l’embrione cresce per sdoppiamento e migrazione cellulare, la morte creatrice elimina e modella le forme embrionali intermedie e transitorie. Molti tessuti e organi vengono distrutti nel corso del nostro sviluppo, di essi conserveremo deboli tracce. Vi è poi uno strano processo di auto-organizzazione il cui esito non è la scultura della memoria e dell’identità individuale. Noi siamo frutto di molteplici inconsapevoli metamorfosi.
Detto questo, torniamo a Freud. La nozione di pulsioni di morte è introdotta nel 1920 nel capitolo 6 di Al di là del principio di piacere, inizialmente confusa con le pulsioni dell’Io. Qui Freud si interessa alle forze che agiscono nella sostanza vivente, al fatto che “la morte naturale avviene per cause interne”: il che lo induce a distinguere “due specie di pulsioni: quelle che spingono la vita verso la morte, e le altre, le pulsioni sessuali che provano e riescono continuamente a rinnovare la vita”. In queste riflessioni, Freud si appoggia alle teorie del biologo Weismann, per poi discuterne alcuni aspetti. Laddove Weismann propone la morte cellulare come acquisizione tardiva “per difetto” o per “imperfezione” del metabolismo, Freud contrappone “la strana ipotesi delle pulsioni di morte”. Egli cita poi una serie di studi biologici che, col senno di poi, possiamo definire come i veri precursori dell’apoptosi. Freud si appoggia alla biologia per sorreggere il suo dualismo pulsionale ( “appoggio” inaugurato già nel Progetto di una psicologia).
Ma è poco avanti che Freud introduce la sua ipotesi originale, ove il corpo – o per meglio dire la fisicità – è considerata come terreno di coltura della psichicità. Egli scrive che “potremmo supporre che le pulsioni di vita o pulsioni sessuali che agiscono in ogni cellula assumano come proprio oggetto le altre cellule, neutralizzando parzialmente le pulsioni di morte, ossia i processi che dalle pulsioni di morte sono messi in moto in queste cellule, e le mantengano così in vita”. In quegli anni, Freud non può sapere di proteine esecutrici e protettrici, di geni ced-3, eppure sembra di scorgerne traccia tra le righe quando si legge che “le cellule germinali hanno bisogno di tenere presso di sé la loro libido, l’attività delle loro pulsioni di vita, come riserva per la grandiosa attività costruttiva che dovranno svolgere in seguito”. Queste cellule germinali sembrano comportarsi in modo “assolutamente narcisistico, secondo l’espressione che siamo soliti adoperare nella teoria delle nevrosi”, e con questo Freud vuole sottolineare che sta parlando della fisicità come metafora dello psichismo, utilizzando un “linguaggio immaginifico” nell’intento di individuare sul piano UMANO almeno un esempio di pulsione di morte: ne troverà più d’uno nel sadismo, nel masochismo e nella coazione a ripetere.
Per Freud, ogni essere vivente tende a ritornare allo stato inorganico, da cui presumibilmente proviene: ma cosa intende per “stato inorganico”? Ne Il problema economico del masochismo (1924), Freud specifica che “l’esistenza di una tendenza masochistica nella vita pulsionale umana rappresenta un enigma dal punto di vista economico”. L’enigma del MALE. Ne va dell’intera impalcatura teorica che pone al centro il principio di piacere, impalcatura che con l’introduzione delle pulsioni di morte non regge più, neanche mettendo al servizio delle pulsioni di morte il “principio del nirvana” teso al ritorno allo stato inorganico.
Freud è ben consapevole che così formulata l’ipotesi non regge: è più probabile che vi sia al fondo ”una caratteristica che non possiamo far altro che definire qualitativa (…). Forse il ritmo, la sequenza temporale dei cambiamenti, degli aumenti e delle diminuzioni della quantità dello stimolo. Chissà”. Sul problema delle due specie di pulsioni originarie, Freud scrive che nell’essere vivente pluricellulare “la libido si imbatte nella pulsione di morte o di distruzione, che domina quest’organismo cellulare e cerca di disintegrarlo portando tutti i singoli organismi unicellulari – che lo compongono – allo stato di stabilità inorganica (anche se quest’ultima può essere soltanto relativa)”. Passo fondamentale, in cui è evidente lo sforzo di dimostrare un’intuizione avvertita come fondata. Egli ha ormai colto lo stretto legame di vita e morte, lo ha visto con i suoi occhi e udito con le proprie orecchie a proposito dell’intreccio sadismo/masochismo.
Proseguendo, Freud scrive che “la libido ha il compito di mettere questa pulsione distruttiva nell’impossibilità di nuocere, e assolve questo compito dirottando gran parte della pulsione distruttiva verso l’esterno (…)”. È questo il sadismo. Ma “un’altra parte non viene estroflessa, permane nell’organismo, e con l’aiuto dell’eccitamento sessuale concomitante (…) viene libidicamente legata. In questa parte dobbiamo riconoscere il masochismo originario, endogeno”. Più avanti aggiunge che “non abbiamo mai a che fare con pulsioni di morte o pulsioni di vita allo stato puro, ma sempre e soltanto con impasti nei quali le due pulsioni anzidette si mescolano in proporzioni variabili”. Impasti che, per altro, possono all’occorrenza “disimpastarsi”. Freud sente che è così, ma non sa specificare come.
L’introduzione delle pulsioni di morte non scompagina l’organizzazione teorica che fino al 1920 poneva le pulsioni di vita al fulcro della vita psichica. Il nuovo dualismo pulsionale, nella sua complessità, è ipotizzato come impasto originario: le pulsioni di morte si impongono all’attenzione di Freud come pulsioni per eccellenza, in quanto vi si realizza il carattere ripetitivo. D’altra parte, già nel 1915, in Pulsioni e loro destini, egli ritiene insufficiente il monismo pulsionale per spiegare l’odio: non bastano le pulsioni dell’Io, che afferiscono comunque alla libido. L’odio è di un’altra pasta.
Tale materiale originario è concepito come non passibile di rimozione, “forcluso”, non suscettibile di assunzione nella fantasia, ma comunque sempre attivo nella vita psichica e somatica di ciascuno. I post-freudiani vi fanno continuo riferimento: Bion parla di elementi alfa (in grado di essere assimilati sia come inconsci che come consci) e di elementi beta immagazzinabili ma inadatti ad essere assimilati, fatti indigesti, pensieri non pensati); Aulagier li definisce tracce esperienziali, pittogrammi; per Bollas si tratta di conosciuto non pensato; per Anzieu è memorizzazione di impressioni, sensazioni, esperienze troppo precoci o troppo intense per essere tradotte in parole; Ferrari indica il marasma sensoriale originario (CORPO, Oggetto Originario Concreto).
Nelle teorie dei vari autori post-freudiani, questo materiale originario appare strettamente legato ad impressioni, sensazioni, tonalità affettiva, sentire, immagini propriocettive, sensorialità. Tale materiale originario precede la psiche, la fonda. La psiche protegge l’umano dall’onda d’urto del materiale originario, Queste ondate (la pulsazione del prāņa) si susseguono nell’arco della vita (adolescenza, malattia, gravidanza, tutto ciò che mobilita la fisicità).
Freud porrà esplicitamente il problema dell’origine dell’inconscio proponendo il concetto di rimozione originaria (in due dei cinque saggi che ci sono giunti con il titolo Metapsicologia del 1915: La rimozione e L’inconscio. Vi sarebbe una rimozione originaria, che creerebbe un rimosso originario, un primo inconscio, attraverso il quale potrà aver luogo la rimozione propriamente detta. Questa rimozione originaria iscriverebbe e fisserebbe una traccia originaria, una “rappresentanza ideativa”. La fissazione indicherebbe una stasi della libido, un legame, effettuato in un dato momento, fra il moto pulsionale, detto eccitamento, ed una rappresentazione o insieme di rappresentazioni ideative, cioè la psiche).
Dieci anni dopo gli scritti della Metapsicologia, Freud riprende il tema della rimozione originaria in Inibizione, sintomo, angoscia. Rispetto alla Metapsicologia, qui Freud usa il plurale rimozioni originarie. L’uso del plurale desacralizza l’origine dell’inconscio rifiutando il monismo di Rank, che la riconduceva al trauma della nascita. Freud contesta esplicitamente ogni assunzione di un’Origine o di una Causa unica. Non è l’oggetto a stimolare l’attività psichica, ma la sua perdita o la sua assenza, e l’eterna ricerca che ne consegue.
In Lutto e melanconia (1915), distingue tra perdita dell’oggetto e assenza dell’oggetto, ove l’assenza può essere sospesa tramite l’allucinazione e perciò può mettere in moto il desiderio; mentre la perdita è un eccesso di assenza, di mancanza, che richiama i concetti di trauma, angoscia e dolore, di difesa primaria da questi ultimi, ed anche la problematica dell’identificazione (identificazione come prodotto dell’elaborazione della perdita dell’oggetto).
All’inizio l’oggetto non esiste in sé, ma è creato (geschaffen) attraverso situazioni ripetute di soddisfacimento. Freud usa un verbo “sentire l’assenza”, e non un sostantivo “assenza”: la questione non riguarda l’oggetto in sé, ma il vissuto sensoriale dell’assenza, il dolore di tale vissuto. L’esperienza è doppia: esperienza di dolore e esperienza di angoscia. Dolore a angoscia sono una sola cosa: il lattante prova un “dolore angosciato o un’angoscia dolorosa”, “i primi e intensissimi accessi di angoscia”.
La specifica temporalità della psiche è l’effetto di posteriorità. Il trauma interessa Freud solo come tramite per riproporre il problema delle origini: il trauma, infatti, non ha efficacia se non a posteriori, a scoppio ritardato. La teoria della seduzione, che Freud abbandona nel 1897, si fondava sul potenziale patogeno di scene autentiche, con l’idea della possibile risalita a ritroso sino alle scene primitive, autentiche (plurale). Con l’abbandono della teoria della seduzione (lettera a Fliess del 21 settembre 1897: “non credo più ai miei neurotica”), sostituita dalla dimensione fantasmatica, il plurale diviene singolare e Freud si allontana dall’UMANO: i fantasmi sono molteplici, ma si fondano su una scena originaria (singolare). L’originario multiplo (ontogenetico) è rinviato alla preistoria dell’umanità, ai fantasmi originari di cui conserviamo traccia filogenetica (Totem e tabù). L’origine non può essere conosciuta se non nel movimento di ciò che essa produce: è il derivato, a indicare l’origine, perfino a generare l’origine in quanto tale.
Freud ha avuto torto nel rinunciare alla cosiddetta teoria della seduzione, perché non ha tenuto conto che l’UMANO prende forma da un trauma concreto originario, universale ed eterno: non è quello della nascita (che pure gli si avvicina), ma quello che il pensiero indiano ha chiamato pulsazione del prāņa (pulsazione che attiva il demone della mente). È l’apoptosi, il continuo susseguirsi di nascita e morte cellulare. Il trauma è l’UMANO. Da questo trauma ci difendiamo producendo psiche, che ha la funzione di mediare il MALE ORIGINARIO così come i mediatori chimici agiscono sulle sinapsi, producendo diacronicamente male tollerabile e parentesi di acquietamento (emozione, pensiero, desiderio, LETTERATURA).
Questo ciclo è eterno e riguarda tutta la materia, organica e non.
