Rapporti con Kafka

nov 23

kafkamondello.jpgIn un intervento sul Corriere della Sera odierno, tra molte importanti cose che Franco Cordelli si domanda, rispondendo, rispetto alla formazione dei “nuovi autori”, compare la domanda: “Ci sarebbero tracce di Kafka nei libri di Giuseppe Genna?”. La tesi di Cordelli è che i maestri che hanno formato i nuovi scrittori non lo sono davvero: non sono infatti praticati, non vi sono tracce dei maestri nei libri dei nuovi autori (quanto a me, avevo indicato, rispetto alla prosa, Kafka e Burroughs come determinanti per il mio rapporto col Novecento). Non potendo partecipare alla tavola rotonda da lui moderata al convegno del Mondello, rispondo qui a Cordelli, testualmente: tramite brani di testo. Anche se il ragionamento dovrebbe essere più personale, esteso e condotto per incontro reale, a cui sono interdetto causa febbre. Lungi da me paragonarmi a Kafka. Si tratta solo di evidenziare una filiazione rispetto alla fondamentale tematica kafkiana del “padre/Padre”. gg

Dalla Lettera al padre di Kafka:

“L’altro ieri mi hai chiesto perché mai avessi paura di te. Tu vedi la situazione pressappoco così: hai svolto un lavoro faticoso per tutta la vita, sacrificandoti per i figli, soprattutto per me, così ché la mia vita diventasse spensierata. Ho potuto studiare in libertà, senza dovermi mantenere, senza alcun problema. Tu non ti aspettavi di essere ringraziato, conosci bene la “riconoscenza dei figli”, ma avresti apprezzato qualche segno di simpatia. Invece io, sin dagli inizi mi nascondevo da te, nella mia camera, in mezzo ai libri, cercando riparo nella compagnia di amici folli e di idee pompose. Non ho mai parlato apertamente con te, non ti ho mai seguito in chiesa, non ti ho visitato a Franzensbad e non ho mai nutrito alcun sentimento verso la famiglia, non mi sono mai interessato al negozio e ai tuoi affari … ciò che accetto delle tue teorie è l’essere convinto, come lo sei tu, della tua innocenza nella nostra reciproca alienazione”


Da Dies Irae:

dim.jpg“Volo da mio padre in motorino e lo trovo seduto in cucina, i mobili e le piastrelle di un bianco accecante, il braccio scoperto, pronto per l’ipodermica di globuli bianchi, l’iniezione che ristabilisce l’equilibrio ematico tra un ciclo e l’altro di chemioterapia. Al solito, non parla, non parla di me, tiene tutto dentro, compresso, in circolazione insieme agli elementi metallici antitumorali, l’affetto che prova per suo figlio e che non trova parole, seppellito in questa concentrazione abnorme su di sé e sulla sua esistenza, come una persistenza di bilancio che non confida ad anima viva, se non a noi figli nei rarissimi momenti di sconforto che costringono il corpo a piegarsi e l’anima a soffrire, rarissimi. Come se non capissi, come se non capissimo. So tutto, di lui? Altrimenti è trattenuto dentro, la covata di uova livide in cui crescono larve neroviola né vive né morte, immagini che gli risalgono la carotide e gli offuscano la vista, da anni.
Ripulisciti, papà. Ti amo.
Questo abbraccio protratto senza che il corpo fisico venisse piegato, senza che il tatto venisse convocato nella sua sede più opportuna, senza che si sciogliesse la glaciale stalagmite interna. Un uomo solo in casa, che tira con i denti posticci brandelli di vita e attonito osserva (questo me lo confessa con una frequenza significativa) la trasformazione di un Paese che è molto diverso dal Paese che ha visto in tanti decenni e che ora è appiattito in una landa devastata, che lui non riconosce, si trova a disagio. Fa perno sui residui, con queste rovine puntella la sua vita ora. I suoi amici se ne stanno andando e lui trascorre pomeriggi tra gente della zona, Calvairate che, da quando me ne sono andato, è diventato un quartiere vortice, percorso da volanti e ambulanze più volte al giorno. La sua esperienza è finita. Rimarrebbe quella della malattia. Il decorso del carcinoma epatico, e questi cicli che gli hanno reso radi i capelli, ma da cui è riuscito a sottrarsi negli altri insostenibili effetti collaterali, la nausea, il vomito, la diarrea oncologica.
Osserva gli indici dei marker tumorali innalzarsi impietosamente. Si abbatte. E’ abulico ed esprime affetto e richiesta di affetto. Fatica a leggere, a vedere la televisione. Va a letto prestissimo, soltanto il sonno lo conforta. Esce la melma della psiche: il suo oro. Che io comprendo e calcolo, a cui attribuisco valore, sono la sua bilancia ufficiale.
Piange una volta, finalmente, piange davanti a me e a mia sorella, finalmente, la sua esperienza sarebbe esaurita, rimarrebbe quella della malattia, il degrado indecente, la perdita di dignità. Lui, l’officiante del rito della dignità, che io ho appreso e io ho trasformato in me in inibizione, censura, vuoto del desiderio. Il mio non saputo desiderio di aderire a lui e imitarlo, un processo meccanico di mimesi a cui lui può porre una fine definitiva, non prorogabile, rimarrebbe solo l’esperienza della malattia…
Gli foro il braccio.
Lo penetro, io penetro la pelle di mio padre. La siringa potrebbe contenere una sostanza letale, la sua esperienza sarebbe esaurita. Io mi carico addosso il profumo della sua pelle da bambino avvizzita, senza peli, una liscia innocenza che decuplica il dolore all’atto dell’inoculazione.
Stantuffo.
Bucare la pelle di mio padre mi impressiona ma io dissimulo il simbolismo implicito nell’atto.
Il liquido è cristallino e i globuli bianchi sono allo stato germinale e fioriscono in due settimane. Il midollo è provato dallo sforzo, lui è sfinito.
La sua casa mi fa paura, è la mia casa dell’infanzia e mi fa paura.
Sono giunto a un tale grado di consapevolezza dei miei traumi, pervenendo a un’intensità descrittiva di queste immagini che questa ormai coincide con la loro stessa forma ed esistenza, mi è chiaro come la mia perpetua crisi, la concatenazione di angosce, ansie, esaurimenti nervosi, crisi di panico, irrefrenabili somatosi, repentine depressioni, stress emotivi, choc e tremori psichici – questa crisi costante e intermittente non ha più a che fare con le parole, con l’inconscio da portare alla luce. Non ha a che fare con quest’uomo che scivola verso la fine avvertendo la pena e la disperazione del corpo, che è emozione densa e trattenuta, tanto difficile da comunicare. In me c’è qualcosa che sfugge, una sostanza “io” piuttosto superficiale, che è addestrata a non riflettersi nelle forme del desiderio. Non conosce libertà, “io”, se non quando mette mano al Dies Irae o a qualunque scrittura che non sia comandata da committenza, corretta da un’autorità che non comprende i sottomovimenti che occulto nel testo e suggerisce cambiamenti che sono errori.
Sono, ora, in questa situazione – la scrittura è finalmente libera, ma il prezzo è stato alto, ho lasciato il Grande Editore che mi nutriva, sono disoccupato e in cerca di lavoro perché gli anticipi letterari non coprono più l’esistenza materiale dell’ex scrittore di thriller Giuseppe Genna. Sono disperato. Lo spettro della povertà divora l’aria attorno a me, ho crisi d’asma immaginaria, non respiro. Il prezzo di una libera scrittura, da esercitare fuori dai generi e dalle aspettative, è un foro interiore che ho dovuto spalancare al centro della mente e da cui in libertà flottano fittissimi e voraci gli spettri della precarietà economica. Se riesco a concedere calore a una parte di me, un’altra parte rimane scoperta e sperimenta un gelo bruciante.
Papà.
Senza contare le delusioni. Le cose che faccio che non piacciono. E’ la prima volta che mi capita di sentirmi ferito se un amico mi dice: “Questo tuo libro mi fa schifo”.
La mente è incrinata, il corpo è ormai troppo largo nelle sue pretese di essere ascoltato perché la mente lo copra con la sua pellicola protettiva e urticante.
Il corpo chiede sfogo.
Chiede di andare dove non so, dove non posso calcolare.
Cosa si sta annunciando, quale svolta?, al culmine di quest’anno sofferto, 2005, un albero in più sulla cui corteccia passare il palmo della mano aperta, premendo fino quasi a scorticarsi?
Il modello della psicoterapia (non che mi sia sottratto alla pratica; anzi) è stata superato da forme di consapevolezza più avanzate rispetto a un protocollo che ripone tanta fiducia nelle parole.
Le parole non possono più nulla. I pensieri, linguificabili, sono insufficienti e fallimentari. Il corpo mi domina con le sue crisi, le sue richieste.
Questa solitudine che vivo, impulsato.
Questo gelo che dissimulo in calore all’esterno.
Il problema, mi rendo conto, è il corpo, questo cadavere indecomposto che mi trascino dietro con un orrore continuo e malsano. Il corpo è uno choc. Non esprime desideri e fatica a integrarsi alle velocità di una mente che, preda di una vorticosa ed efficace frenesia, ha costituito l’unica difesa per traghettarmi qui, oggi.
Sotto i traumi, chi sente i traumi?
Il problema è a quell’incrocio, lo vedo mentalmente, non è con i nomi che posso sciogliere questo che, lungi da essere un mistero (e perciò narrativamente interessante) è un problema, e come tutti i problemi richiede una soluzione.
Una soluzione che non abbia a che fare con i nomi.
I nomi sono fallaci, la pietà non esprime nomi, ma pietà.
Papà: pietà.
Arcaiche società in cui le cose non erano nominate e la precarietà era sì uno spettro, ma addomesticato – ecco dove vorrei essere, quando.
Il principio di violazione della natura, questo scempio immorale che stiamo compiendo sul pianeta, emerge da questo preciso snodo da cui irradia il campo magnetico del mio dolore psichico. Abbattiamo, vi prego, ti prego papà, abbattiamo i nomi, la loro prensione: sono larve neroviola né morte né vive che si appiccicano alla superficie del pianeta e ne risucchiano l’energia, il moto, le storie.
La letteratura non funziona per nomi, elabora strategia di aggiramento dei nomi.
Dio è ineffabile e privo di nome, ovunque e sempre.
Il padre è vivo oltre la morte, che ripulisce tutto.
Silenzio, dove qualcosa accade. L’esito della cura è questo principio germinativo delle grandi storie, che non smettiamo di raccontare, staccando con intensità e fatica le larve neroviola né vive né morte dal nostro cervello – o dal pianeta, le cui larve neroviola al momento coincidono con le singole nostre, sono la medesima realtà.
[...] Il mistero, che emana fascino, non esime dalla gioia, anzi la moltiplica, ma non salva dal dolore, dalla commozione.
Gioia e dolore sono composti materialmente da una potenza di pietà senza oggetto, che scaturisce dal centro esatto in cui avverto di essere presente, sveglio, cosciente.
Non so cosa farò, come sarà.
Mi accingo al mistero.
Per la prima volta al mio mistero, l’anima ghiacciata del cadavere indecomposto che sono e che muovo.
Aiuto, papà.
Non so e non so di non sapere”.

Da L’anno luce:

Regicidio: il padre contro il figlio
annolucem.jpgE il Profeta disse al Mente, al suo figlio creato, pensato, putativo, che vuole scavalcarlo:
“Laika.
Pensa alla vita che avrebbe fatto quella cagna, se non l’avessero inscatolata nello Sputnik e spedita fuori dell’atmosfera. Caccia, traino. E’ una questione di vita o di morte, l’attacco di un orso non è certo cosa da poco. La determinazione, la tenacia, il coraggio, la velocità e destrezza nello schivare i colpi, la decisione di presa e la corretta azione combinata del branco sono le doti che permettono a questi cani di guidare la caccia. Una nota importante anche in chiave storica: l’obbligatorietà di utilizzare fucili con canna liscia a palla e la fitta boscaglia obbligavano gli uomini ad avvicinarsi molto alla preda, con tutti i rischi che ciò comporta, e qui ancora una volta risalta l’importanza di cani affidabili per quei popoli, che di caccia vivevano. In Italia, i Laika della Siberia Occidentale sono solo poche unità, non ci risulta che nessuno li abbia mai provati a caccia.
Laika.
Non so se cogli l’incredibile assurdità di tutto questo. Il primo essere vivente a superare le fasce di Van Allen, a bordo di un veicolo propulsato da un razzo vettore R-7, con un’orbita ellittica che andava tra i 225 e i 1670 chilometri: non era un uomo – era un cazzo di cane. Un cane di due anni. Diciotto chilogrammi, pesava. Le hanno piazzato una ciotola con il cibo per cani. Era stretta da cinture spaziali. Mangiava. Guardava: le stelle. Una visione allucinatoria. Potevano averle messo lsd nel cibo. Vedeva lo spazio interstellare. Mugolava. La temperatura è andata alzandosi. Sudava, le fauci si disseccavano, non riusciva più a mangiare dalla ciotola. Kruscev gongolava. Lo Sputnik pesava 108 chilogrammi. Le pulsazioni cardiache di Laika erano triplicate, venivano trasmesse nell’etere, intercettate da radioamatori e ingegneri sovietici. Laika soffriva di panico, lo sapevano i sovietici, in addestramento impiegava il triplo degli altri cani a riprendere il normale battito cardiaco. Soffriva di solitudine. Adesso viene fuori che non era cibo per cani, quello nella ciotola: era una gelatina, Laika aveva appreso a leccarla. Leccava questa gelatina fissando nel panico lo spazio interstellare, con il pianeta alle spalle, spinta dalla propulsione. C’era un ventilatore nell’abitacolo: smise di funzionare alle prime vibrazioni del decollo. Durò cinque ore, la fibrillazione del cuore di Laika. Non sette giorni: cinque ore. Un cadavere di cane con la gelatina nella ciotola sparato nello spazio atmosferico. Sei mesi di permanenza, 2.570 orbite, prima di schiantarsi nuovamente sul pianeta.
Laika sei tu.
I sovietici sono gli inglesi, i compratori.
Comprendi?”
Il Mente batté le palpebre. L’avversario che aveva davanti era il padre tradito che non voleva morire. Tu quoque. Brutus. Fili meus. “E tu? Cosa sei tu in questa storia?” chiese il Mente sedendosi.
Il sorriso da pescecane del Profeta, da megalodon. “Sono lo spazio. Ti hanno dato la gelatina e tu la lecchi. Le tue pulsazioni cardiache sono triplicate. Sei qui davanti a me nell’abitacolo col ventilatore rotto. Stai guardando uno spazio enorme per te incomprensibile. Non hai la minima idea della storia in cui sei finito. Non darai notorietà a una razza canina. Nessuno si ricorderà di te. I tuoi gesti non sono memorabili. Non sono minimamente paragonabili a quelli di Laika. La storia non ti sfiora, tu assisti soltanto all’incomprensibilità di azioni a cui sei spinto dal propellente, che altri hanno caricato e incendiato. Bene e Male si confondono nella tua carcassa rottamata, che tu percepisci come un razzo propulsore. La tua velocità è ridicola. Fori uno spazio immenso e sconosciuto. Sono io, questo spazio”.
“No”.
“Sì, è vero. Ti hanno dato il soprannome di Mente ed è giusto. Ma il mio soprannome è Profeta: è più giusto. Sei venuto in questa mattina chiara, che potrebbe essere spensierata, a tradirmi con quella che ritieni l’ultima mossa, il tuo bacio di Giuda. Vorrei ricordarti come finì Giuda. C’è chi dice fosse lui il vero Cristo: morto impiccato, senza Gerusalemme celeste, né fama né rilievo, il memorabile secondo. Tu non sei memorabile. Sei la marionetta, la bambola, la coperta di Linus contaminata col vaiolo: una delle molte. Ricordiamo Cortes il conquistatore, ma non una delle sue coperte intrise di vaiolo, dispensate ai Maya per sterminare i loro sistemi immunitari. Erano sistemi immunitari alieni, sensibili ai bacilli a cui noi europei avevamo fatto il callo. In più disponevamo della tecnologia del ferro. Molti animali domestici sprigionavano per noi, in Eurasia, una forza lavoro che non aveva pari nel resto del pianeta. Gli indigeni sudamericani sfruttavano lama e alpaca: troppo poco. Il vaiolo proveniva per mutazione da una malattia dei cammelli. Gli imperatori di Atahualpa e Montezuma non poterono nulla. Il novantacinque per cento della popolazione autoctona fu sterminata da vaiolo e morbillo, decine di milioni di unità, geograficamente distribuite secondo un’asse continentale verticale – molti climi diversi, dunque. Noi europei sfruttammo l’asse continentale: orizzontale, l’Eurasia dispone di un clima pressoché unico, il che significa uno sviluppo armonico delle specie animali e vegetali, al contrario degli indios. La maggiore parte delle malattie epidemiche può svilupparsi soltanto in aree urbane densamente popolate. Vecchia tradizione europea. I suoi cafarnao. La sua melma fatta anima. La grande meretrice è qui da noi, allatta i suoi piccoli e avvelena chi beve del suo latte. E’ interessante notare come l’unico animale addomesticato nell’Africa subsahariana fosse un uccello: la faraona. Se rinoceronti e ippopotami fossero stati addomesticabili, la storia sarebbe cambiata: la culla del mondo sarebbe stata la vagina dentata africana, all’assalto dei territori idioti europei, avendo la possibilità di sviluppare tecnologia grazie al potenziale di forza lavoro offerto da quelle due sorprendenti e colossali specie!
La storia non è andata come tramandano i trattati. La storia ce la si dimentica continuamente. Ricordiamo per salti. Siamo una specie adrenalinica, drogata, spettatrice, allucinatoria. Alluciniamo. Perdiamo di continuo la coerenza della catena causale. Inventiamo miti, di continuo. La nostra memoria procede per salti bruschi, dislivelli, balzi quantici. Ricordiamo come allucina chi è sotto acido lisergico. E’ memorabile ciò che per un attimo o per ere diventa psicosi, ossessione, compulsione. La realtà ci sfugge nonostante ne siamo stati testimoni. Le generazioni sono soltanto stadi di questa stupefacenza allucinatoria. I racconti deviano, le memorie distorcono, le percezioni non depositano oggettività. L’oggettività in forma di sogno: questo è il miracolo della specie. I conquistadores erano dei cazzoni e i re atzechi decisero che l’apocalisse era giunto e si manifestava in forma di suicidio: chi può dire che non andò così?
Alluciniamo l’esplosione nucleare. Alle porte della nostra metropoli, al crepuscolo, nella radianza di una luce sonnacchiosa, nell’afa. Avvertiamo un abnorme risucchio improvviso di vento, repentinamente seguìto da un boato che travolge e ci voltiamo tutti – milioni di abitanti – verso il punto dell’esplosione, che vediamo svilupparsi apparentemente distante, nel cielo biancastro. Una colonna lenta dalle veloci convulsioni, moti connettivi che hanno una geometria liquida stravista: la cupola di luce bianca, il tronco del fungo atomico, la colonna di fuoco che si alza con divina indifferenza, sacra, e il vento che tutto cancella. Ci cancella, cancella noi. All’orizzonte, molto più immensa di quanto ci fossimo figurati per i milioni di volte che ce la siamo figurata: l’esplosione nucleare. L’aria cessa di esistere, lo spazio non è più un rifugio neutro, tutto l’invisibile che esiste si converte in una minaccia letale e assoluta: è il vento percorso dalle radiazioni. Ci carichiamo i nostri padri sulle spalle, diamo la mano alle vecchie madri, facciamo avanzare scomposti e veloci i nostri figli che danno la mano alle nostre mogli: cerchiamo rifugio, ma siamo spacciati. L’orizzonte è mutato per sempre. La morte è radiante e diffusa. C’è odore di ozono. Chissà le vittime civili intorno all’immenso cratere dell’esplosione, nella terra radioattiva, scoperchiata dalla deflagrazione. Tutta quella potenza contenuta in un singolo ordigno. Un utero meccanico di filamenti intrecciati intorno a un cuore verde fosforescente. Chi l’ha portato lì. Chi l’ha innescato. Perché. Tutto sfuma nell’oggettività più assoluta, che è un incubo sognato nello stesso istante da milioni di umani in fuga. Esodi dalla città contaminata, da tutta la regione. La continuazione demografica dell’ondata deflagratoria. Miriadi di umani in fuga, gli animali domestici abbandonati. Vengono meno le virtù, sopravanzano i vizi. La fedeltà si scioglie nel calore della fissione nucleare. L’aria distorce in miraggi di salvezza un popolo già contaminato. L’epidermide si bolla, si crepa, suppura. Attorno al punto dell’esplosione la gente è stata letteralmente cancellata, stampigliata in sagome corporee contro le pareti calcinate. Nelle vie calde la temperatura si alzerà. Moltitudine, moltitudine: non si erano mai viste code tanto grandi e tanto lunghe, lunghissime, grandissime. Arriveranno da tutte le parti. Da levante. Da ponente.
Questo è un mito.
E’ accaduto. Non è accaduto. Continuiamo a farlo accadere.
Voglio dirti una cosa: la memorabilità è questa.
La tua statura insufficiente e la tua isolata grettezza sono totalmente inadeguate a farti trasbordare nella memorabilità. La memorabilità è l’esito del potere, ma il potere non è ciò che immagini. Tu non desideri volendo: questo è il vostro problema”.
“Nostro?” Il Mente ha iniziato a frugare con cautela nella borsa, in cerca del dvd: è arrivato il momento dell’affondo. Ha pazientemente ascoltato il re prossimo a morire, vuole farlo tacere.
“Di voi che avete quarant’anni, di voi quarantenni occidentali. Pensate di desiderare, ma è un’illusione nemmeno tanto pia. Non avete rapporti col potere mentre pensate di conquistare e poi detenere il potere. Siete impulsati da scariche di corrente galvanica. Marionette. Ken & Barbie. Non fate nemmeno tenerezza. La vostra generazione è destinata a una totale cancellazione. Nel punto zero dell’esplosione nucleare c’eravate voi”.
“Desiderare volendo. E’ una contraddizione che abbiamo deciso di non ereditare da voi”.
“Questo è il vostro problema: pensate di ereditare. Tutto ciò che fate è in armonia o contro questa eredità immaginaria. I padri non lasciano nulla ai figli. Hanno fecondato e adesso si fanno i cazzi loro. Siete incapaci di farvi i cazzi vostri. Desiderare impone un’indifferenza verso se stessi, di cui voi siete totalmente incapaci. Per questo il potere, se esercitato da voi, non ha nulla di eroico e tutto di meschino. Vermicolate. Ti devo comunicare un messaggio dall’imperatore: mi manda a dire che l’happy hour è finito”. E ride, e boccheggia il sigaro e torna a ridere più forte.”

Da Assalto a un tempo devastato e vile:

“Alla fine ciò che resta sono i denti.
assaltom.jpgAnni prima, durante una notte che si ricorda freddissima, tutti i fratelli parteciparono al lutto di mio padre: se lo portava in bocca. Un dente morto intollerabile che ancora pulsava, senza cedere, squarciandogli la mente per acutissimo dolore. Stava lì, il cadavere, e non usciva. Aveva scelto una notte importante. Il giorno successivo erano gli esami di ammissione alla prima liceo. Quando perfino i fratelli furono sconfitti da quel male, addormentandosi tutti e quattro nella stanza buia, mio padre sedicenne uscì in una Milano lunare, mutissima, deserta. Dalla via degli Etruschi camminò lentamente, aprendosi al freddo, cercando di stordire il morto sepolto nella sua bocca. Il nervo pulsava ugualmente, nonostante mio padre sembrasse volere mangiare le stelle, aprisse la bocca al cielo. Arrivò fino ai giardini di piazza Martini, fino alla fontana dalla testa di drago lucente, che sputava un getto discontinuo di acqua gelida. Mirò, cercò di annegare il carnefice morto. Non ci riuscì.
Gonfio, tumefatto, irretito dal sonno e da un dolore continuo che non lo faceva sognare, il mattino seguente superò l’esame.
I denti dei poveri alimentano le disgrazie del destino., caricano di nuovi pesi le spalle già magre, esigono soldi non posseduti. Per arricchire di ceramiche e ori la bocca, ci siamo svenati. Era un togliere, un avere, un transito di valori: esce il sangue, entra il metallo, escono soldi in cambio di oro, di paste ammoniacali. La bocca andava chiudendosi al mondo, vestendosi di cuti non sue, trascinandosi in una fame inorganica, minerale, che chiedeva di essere otturata. Dove prendere i soldi quando il dentista di via Larga vaticinò a mia madre: “Signora, a suo figlio dobbiamo estrarre otto denti”?
Infatti non li trovammo.
Quando ho dovuto accompagnare mio padre all’operazione, mi sono preparato presto. C’era bruma in piazza Martini quando sono arrivato al suo portone e gli ho citofonato. E’ sceso fresco, il dopobarba, sorridente e spaurito, indifeso come già in passato l’avevo visto. Un papà protetto col cuore, che ha tirato la vita con i denti e ora si apprestava a perderli tutti, contemporaneamente. Anestesia totale temporanea, estrazione dei corpi dentali e reinstallazione di due arcate posticce. Non una dentiera, ma quasi: una dentiera radicale. Ho aspettato nella sala di attesa, ordinata, la moquette marrone, molte riviste. Accanto, mio padre: mansueto ma nervoso, percosso dal suo usuale tremore, inesplicabile, che da quando ero bambino vedevo fargli vibrare la mano, una foglia rinsecchita che si assopisce fremendo. Fu il suo turno e fu velocissimo. Me lo restituirono, una scatola vuota, la pelle come cartone, un sorriso stravolto che lasciava intuire i denti falsi, candidissimi, perfettamente simmetrici ed esatti. Non si reggeva in piedi. L’etere gli faceva ancora effetto quando l’ebbi depositato nella cucina della casa dove crebbi, la casa che avevamo condiviso e ora non più. Stava sulla sedia, un bambino ritardato, lo sguardo opaco di una mucca abbandonata in un pascolo ignoto. Sorrideva ancora quando lo lasciai per tornare a casa mia, curvo sotto una colpa a cui non riuscivo a trovare spiegazione.
Quando venne scoperchiata la bara dello zio Gino, a dieci anni dalla morte, ci si accorse che non era stato tagliato lo zinco. Nei cimiteri delle metropoli, per carenza di spazio e sovraffollamento di morti, si taglia lo zinco interno alle bare, si fa in modo che penetri l’acqua delle piogge, perché entro dieci anni deve essere consumato il corpo. Invece, dieci anni dopo la sepoltura, fu scoperchiata la bara dello zio gino ed emerse la salma intatta e bluastra, deformata ma uguale, una decomposizione andata a male – e la prima cosa che vidi furono i denti. Anneriti, ingrigiti, intristiti da quel buio decennale, serrati in una smorfia che illuminava il disgusto della sala diaccia, io vidi i suoi denti ergersi a difensori dell’ultimo gesto, infinitamente posteriore, di un uomo al quale avevo voluto bene.
Sei anni dopo, durante la seconda esumazione, la decomposizione non aveva fallito la sua opera corruttoria. Restavano i resti, simili a fango commisto a cenere, e, inaspettatamente, crollati in circolo su se stessi, come un monile senza filo, ancora una volta, i denti. Questa volta erano lucidi e smottati, senza un disegno, snervati, espulsi dalla polpa definitivamente. Non c’era più gesto, non c’era più figura.
Affinché sia espulso dal mondo un uomo, siano spezzati, polverizzati i denti. Resto al mondo finché un lembo di mondo mastichino i miei denti.
Bisognosa di ricovero, la forma trova l’ultima risorsa. Occultato nella vita quando le forme fioriscono, esplodono, stordiscono, l’ultimo grumo di senso si disvela nella fine, intatto e luminoso oltre la fine. E’ quanto basta per restare.
Non basta. Non basta a nulla…”