“LO STATO DELLA STRAGE”: una poesia

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LO STATO DELLA STRAGE

Carriere italiane unite, vi sovviene un’eternità.
L’angelo Tutti viaggiava già unito, sovente, assolato,
nell’autostrada di Sole,
dove le mafie e i terroristi azzeravano
tempo che “fugit”. Azzurri meriggi estivi,
febbri d’agosto io vi ho amato tanto.
E specialmente, e specialmente, quella
ad agosto deflagrazione dei musei intimi rotti
azotati dentro intensi i vapori del dopobomba,
delicate le mutilazioni collettive,
le vostre, i risguardi
del Sole un allibimento e nell’odore
di stagno di zinco di sangue di sole
il due di agosto alla stazione di Bologna dimenticando
organi, catarifrangenti di taxi alla deriva tra le macerie
chiamando me a testimonianza nella tv di Stato
e mia sorella decenne nemmeno, dispersa in dell’acciottolato
che era stata la sala attesa, senza messia o sfoglia
l’acciaio dei travi quasi petalo dopo petalo
non disperando di ritrovare il filo rosso sangue
tra una rovina e una mano dissepolta
che è il nostro tragico memento:
è italiano.
Non disperare in italiano.
E’ una lezione, è un ravvedimento
nazionale che i video rimbalzavano
in frame tra le galosce e i pedali
e le pareti scrostate e magre
erano le insegne bolognesi, i ravvedimenti.
Questo fascismo noi ve lo inculcheremo
secondo voi tragico e secondo noi normale
e lo insedieremo sui troni dove vostri animali
spritualizzano che è famelico
ritenendosi re non italiani
noi, gente sicula, o ubriachezza di azzurri
striati da cirri e deità innumeri
dove la repubblica è olimpo e partenone
è l’occhio di Plotino
fisso tra le Calabrie fantastiche, verdazzurre, e i lincei
del mondo unificato alla radice centrano
lo sguardo non iniquo dei cadaveri prodotti
in pietà ardore malattia
finché non si contino nei calendari altri dì
che il 2, agosto, 1980,
un’esito magistrale, un’azzurrità immensa
è italiana la forma della morte.

La lezione metafisica di Anna Marchesini

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Non è raro il fatto che lo Spettacolo impartisca insegnamenti di metafisica. Del resto, la sua stessa costituzione è metafisica, poiché esprime sul pianeta terra, a occidente, un dispiegamento cosmico che è spettacolare prima di qualunque altro fenomeno: cioè il fenomeno stesso, l’apparire a qualcuno che sente e osserva. “Maya” è un termine che andrebbe tradotto più come “Spettacolo” che come “Illusione” – ma, alla fine, sempre di quella cosa si tratta: identificarsi con qualcosa che appare, in un incanto dio gioia e orrore e pietà e tremore, il che fa dimenticare se stessi, in quanto si è spettatori. Finito lo Spettacolo, resta lo Spettatore? No: resta chi assisteva all’esistenza dello Spettatore e dello Spettacolo. Ieri è morta Anna Marchesini. Il suo ricordo è legato per me a una stagione in cui percepii la fine della televisione. Il “leggendario” spettacolo di quella sghemba trinità, di cui Marchesini faceva parte, ovvero i loro “Promessi Sposi”, sulla televisione di Stato, generalista, già anziana, sotto l’egida di Pippo Baudo, oltre ad avere qualcosa di quintessenzialmente democristiano, nel momento preciso in cui si avvertiva che l’inossidabile Dc poteva venire meno, a un anno dal crollo del Muro di Berlino, mi inquietava e annoiava. Era il “Drive in” che prendeva possesso di una microlegittimazione, utilizzando una cultura suppostamente “alta”, ma in realtà bassissima, evocando il fatto che il testo di Manzoni fosse stato anzitutto “popolare”. La comicità del Trio veniva spacciata come surreale, quando era un po’ Zemeckis e un po’ Comunione&Liberazione. Spostava la risata ai margini dell’accettabile da parte delle masse moderate, a fine di un decennio in cui l’ideologia del Dopoguerra in Italia si era stremata in una forma più sottilmente ideologica, che i beoti dell’analisi nazionali supponevano postideologica: ovvero inesistente. Era invece esistente eccome. Il 1990 fu un anno di partenogenesi italiana: tanto quanto Bush chiamava all’ordine nuovo mondiale il pianeta, così si rispondeva con l’emersione veteroleghista al crollo del capitalismo nostrano, con l’apparire in primis della deposizione cristica, dell’agnello sacrificale, del bando al criminale, degli Orazi&Curiazi e di tutte le retoriche ante-post a cui questo strano Paese, a forma di calzatura, ci ha da sempre abituato: disabituandocene. I mondiali di calcio con la Nannini e il Bennato, il sogno già un po’ vuoto e un po’ design, emblematizzato dalla tecnocratica mascotte dal nome di un motorino (“Ciao”…), i lavori sfinenti per gli stadi e le metropolitane, gli scandali pronti a slavinare dai socialdemocratici di Cariglia a tutti gli altri (e gli altri erano: quelli importanti…), la preparazione meticolosa delle premesse per scatenare un’ondata di “terrore islamico” con il primo intervento in Iraq, le enormi privatizzazioni imposte dall’alto in forma di svendita del patrimonio nazionale, la nascita tecnopolitica del signor Mario Draghi, l’esasperante maturazione del lutto capitato nel 1984 con la morte di Berlinguer, la cretinizzazione delle platee televisive mentre si stava concludendo la fase di test del digitale (quattro anni dopo veniva diffuso come verbo il WWW, mentre ci si preparava a stare sotto la protezione del WWF umano, noi, povere bestie avviate all’estinzione): l’aria da morituri te salutant, coi miei coetanei impegnati a dire che erano prima anni mitici e poi anni in cui si vedeva che La Storia E’ Morta… Lì apparve massivamente ai miei occhi Anna Marchesini: e non me ne fregò un cazzo. Avevo altro da fare. C’era “Twin Peaks”, avevo paura. Giravo nomade per Milano e lavoravo, non mi drogavo e sopportavo le angherie di chi mi diceva che non mi drogavo perché ero “post”. Mi nutrivo di bile, per l’imbecillità generalizzata. Nominavo gli altri che ravvedevo attorno a me, impegnati a diventare degli sfaccendati di lusso o degli alienati della suburra. La polizia mi fermò una domenica d’inverno il primo di gennaio 1990: indossavo una kefiah e sembravo un mediorientale, ero a bordo di una Uno Bianca (si trattava di un’utilitaria impiegata da una banda di criminali fascisti, tra l’altro assoldati dai Servizi Segreti, che agiva a Bologna e dintorni, facendo stragi). La polizia mi rilasciò all’istante, andai coi miei amici a duemila metri su un deltaplano a motore, a Erba o giù di lì. Quattro anni dopo, con le Clarks bucate e un bottone di osso mancante sul mio vecchio montgomery, entravo a Montecitorio a fare non so ancora bene cosa, comunque cose legate alla poesia e all’intelligence. Mi pare tutto emblematico. Non ho più vissuto come allora, non soltanto perché sono invecchiato io, ma perché è invecchiato il mondo attorno a me: svecchiandosi sempre, facendo nascere fenomeni cerebellari a due gambe, ancora più *uguali* di quelli di prima. Il mio astio e la mia pietà verso il mondo si addolcivano? Nelle forme forse, nelle intensità non so. C’era questa illustrazione da libro di Roal Dahl, segaligna e spigolosa, Anna Marchesini, vestita da Lucia Mondella, che faceva l’erede designata di Franca Valeri, in un tempo che nemmeno era il 2.0 dei tempi precedenti. Mi divertivo a modo mio e mi annoiavo a modo loro. Marchesini faceva un birignao. Lopez non si sapeva che cazzo facesse. Solenghi si diceva che fosse superdotato. La donna, come sempre, era la più notevole e matriciale di quel gruppo comico mainstream di allora. La vis comica era lei, la testa pensante era lei, il corpo attivo era sempre lei. La loro macchina retorica era questa: svelo un’ipocrisia, facendo approdare il tutto alla medesima ipocrisia. Si travestivano da metallari, nel momento in cui dei metallari non fregava niente a nessuno, c’era il grunge, ma i metallari sembravano ancora sconvolgenti a gente che aveva compiuto i sessanta nel 1989: si strappava a questi giovani vecchi un risolino da tabù, poi si tornava tranquilli a fare mutui e cambiali, pensando di investire in Borsa a Milano.
Poi Anna Marchesini muore e dice parole che ha desunto da patenti letture metafisiche o, se non ha letto la metafisica, ancora meglio: l’ha fatta. Anna Marchesini ha detto la verità e tu hai subito, a distanza di ventisei anni da quando ti credevi qualcosa, una lezione memorabile, apprendendo la sua dichiarazione al bar questa mattina, sulle pagine del prestigioso quotidiano meneghino. Ha detto: «Sono così interessata, appiccicata, morbosamente ghiotta, obesa di vita, sono così interessata della vita che mi interessa pure la morte, che di essa è il finale e non è detto. Quindi mi astengo dal giudizio che sia qualcosa di bello o di brutto perché è qualcosa che ci accade, e tutto quello che ci accade è osservabile. Tanto più l’indicibile».
Non c’è altro da dire.

Tempo e valore

Il vantaggio delle macchine sugli umani è il tempo: ce ne impiegano di meno. Quindi, il vantaggio degli umani sulle macchine è il tempo: ne impieghiamo di più. Questo, un tempo, ed era un tempo novecentesco, veniva percepito come valore, poiché i soloni avevano letto male gli scritti marxiani (e discutevano sulla differenza aggettivale “marxista-marxiano”): l’umano non è marziano, è marxiano – così pensavano e, in parte, avevano ragione. Il fatto è che Marx statuisce una dinamica del valore, ma un’epoca giunge in cui la dinamica sembra valore, al punto che non esiste più valore, quindi non esiste plusvalore. Adesso, e si tratta di un avverbio dalla durata indefinita, cercheranno il senso del valore, nel momento in cui il valore è vaporizzato, neanche dislocato: proprio non si sa dove percepirlo. Era, infatti, un problema di percezione, poiché prima della sopravvivenza, che sarebbe la prima piattaforma valoriale, esiste la percezione della vita. Questo fatto, non secondario, è sfuggito, materialmente almeno quanto filosoficamente. Tu gli andavi a dire, ai novecenteschi: il capitale è tempo, la sopravvivenza è tempo – ti davano del matto. Poi gli dicevi: il capitale, che è tempo, non è assolutamente valore – eri ancora più matto. Uno psicofarmaco è semplicemente tempo appercepito: non lo capivano e non lo capiscono. Che io possa inghiottire, digerire, metabolizzare tempo: sembra un fatto alieno, marziano appunto. Quando invece è umano. La scimmia è anzitutto geologica: viene dalla pietra: sedimenta. La pietra è impermanente. La permanenza è anzitutto impermanenza, poi è consapevolezza che qualcuno o qualcosa *sente* l’impermanenza o la permanenza, e questo è l’unico fatto permanente, davvero permanente, a qualunque condizione appaia qualcosa, a partire dall’apparire dell’apparenza. Ciò pare a chiunque molto astratto, tremendamente filosofico, quindi irreale, non concreto, per nulla alla mano. E’ una percezione distorta, quindi occidentale, a condizionare il “chiunque”: sbaglia, io cosa devo dire?, cosa posso farci? Nulla, perché mica me lo invento io che il soggetto che percepisce la percezione è l’elemento più concreto e alla mano dell’intera esistenza, per non dire della non-esistenza. La nube della non conoscenza è davvero meravigliosa, quindi curiosa: la curiosità è il suo vezzo, il suo sintomo. Perfino la curiosità è causata, esplicata, retta e conclusa dall’attenzione, che non è sforzo alcuno – infatti il lavoro non esiste. Certamente esiste il lavoro. Prima fai fatica e poi ti rendi conto che non c’è fatica. Prima occupi il tempo, poi tendi a svuotare il tempo, poi ti rendi conto che nel tempo vuoto non riesci a starci, quindi peni, infine ti rendi conto che, tempo o non tempo, c’è qualcosa che è nel tempo e non appartiene al tempo: esso non appare. Realizzare che tutto ciò è vero pare una fatica, ma non si deve fare alcuna fatica, perché tanto è così, che tu aderisca o non aderisca va sempre e comunque così. Questo è il centro e l’esterno e il momento stesso, per dire, della scrittura, così come di qualunque operare. Qual è il senso della scrittura? Rendersi conto che si è nel tempo e non si appartiene al tempo. Il testo è l’apparire, non è che sta per l’apparire: è proprio l’apparire, ogni apparire si determina come un testo, nel senso che esso è il testo, poi dopo si è trovata la scrittura testuale, e via di canoni, ovviamente destinati alla polvere, questo esito magistrale, questa verità dell’apparire, questa analogia di qualunque fine. Si sta dall’inizio, muovendosi o meno non importa. E’ tutto.

“LA PAROLA BLESA”: una poesia

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LA PAROLA BLESA

a Mario

E questo era il bene…
Mantenuto a distanza, manutenuto bene.
Come sprofondano le strade i deserti, come hanno
l’anno cattedrale ricordo credito crudezza.
Lo tengono prigioniero, nessuno cuore è disadorno
per me non più. Tu credi uscire nella stanza vasta
mensa di reparto protetto, tra stanza e stanza,
artigliando le giunte, sbagliando i residui
di quanto eri poeta vero, Mario, e sei
non andato tra noi e fuori. Dove non so e non sai.
Padre impietrito, identico a te, andava in un Camerun a miniera
e vedeva la tosse scuotere i resti in futuro poveri: è vero?
Nel silenzio sappi
gioire e soffrire
con una tessera di Ministero della Guerra
nella stanza santuario della madre superiore
all’immaginetta della santa e alla statuina di acqua benedetta azzurra?
O azzerare: grazie.
Grazie, che azzeri.
Lugliena è l’uva a Attimis una parola e caglia.
Guglie svuotate: dove ho sbagliato?
Disgiungo luce da luce con i pensieri della luce, penso: luce.
Penso: sorella. Penso: e questo è il bene…
Grembiale della madre, male di credito
e, ovvio, di creditori, vita dei creditori
che siamo, figli fratelli amici: cosa? Questa era la cosa?
Vado per venire un poco più vicino a niente
e scolpita la statua di me stesso sta e vede
cose sublimi discolparsi le ossa
ascoltare parole non più:
perdono, alma, lontananza, io vado a zero.
A zero di universo è cosa sublime splendente non tanto amata e lo era
lo era assistere, ah!: assisteva.
Scomodo testimone è stare in delle forme
stare delle forme è essere dimenticando se stesso e tutto oltre va
riunito a sé e me privo di immagine profondo

Antonio Riccardi: una poesia da “Aquarama”

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Antonio Riccardi, da “Aquarama e altre poesie d’amore” (Garzanti):

 

Ecco l’aurora, lasciami andare…

 

Anno dopo anno il formichiere
muore lottando col giaguaro.
Da lontano non diresti la verità
di tanta combustione.
Un abbraccio o un passo figurato
invece, o l’incontro con l’angelo.

Se però vai lì lo vedi e lo sai.
Uno artiglia l’altro che lo morde
al muso. Si tengono in tensione
e quasi vibrano uno dell’altro
fissati a un punto della vita
uguale dal primo minuto.

Giaguaro e formichiere imprigionati
nella perfetta luce di una sola azione
selvatica, senza sangue né scelta.
Ferocia con ferocia e attorno
nella siepe tra la stipa delle fate
i fiori sanno solo il loro bene.

Milo De Angelis: “Cartina muta”

De-Angelis_particolareCARTINA MUTA

una poesia di Milo De Angelis

“Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre stiamo per rinascere”
Franco Fortini

 

 

 

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro.
Poi lei getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
«Perché fai questo?»
«Perché io sono così», risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. «Perché io…
né prendere né lasciare.» Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.

«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
… vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…»

Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita…» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dir, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
ora che stiamo per rinascere.

L’uomo bimillenario. Appunti sul diorama italiano

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Ragioniamo sull’Italia, che non esiste più e non è mai esistita nella realtà, poiché la realtà è italiana ed esiste prima di ogni cosa e dopo ogni cosa, vaporizzata nel medio. Sono stati esperiti alcuni quadri storici, in Italia, a partire dalla Seconda guerra mondiale, un discrimine che oggi non ha senso alcuno per i recenti giocatori non brizzolati di Pokémon Go, ma che per i miei coetanei e per chi ci precedeva costituiva una demarcazione profonda, coi partigiani che sembravano scesi dalla Val d’Ossola due anni prima, sempre, quando facevi le elementari, quando facevi le medie, quando andavi alla professionale o al liceo chic. Dal 1940 in poi, ecco come la lingua d’uso ha nominato quei quadri: quelli che “hanno fatto la guerra”, quelli che “hanno fatto la ricostruzione”, quelli che “hanno vissuto il boom economico”, quelli che “hanno fatto il Sessantotto”, quelli che “hanno fatto gli Anni di Piombo”, quelli che “hanno vissuto gli Ottanta”. Poi la tassonomia linguistica si arresta. Si va direttamente a una pletora di nickname giornalisti che, come è ovvio, in quanto è il destino di qualunque attività giornalistica, durano lo spazio di un anno o due: “generazione X”, “nativi digitali”, “millennial”, et coetera. Si sarà notata la determinazione al passivo di alcuni quadri storici, più o meno decennali, in particolare gli anni del boom e quelli dei paninari: sono stati “vissuti” e non “fatti”. Non sono un determinista o uno storicista, ma nemmeno uno scemo, e ritengo che questa valutazione, per quanto rozza e generica, evidenzi un’eziologia, cioè la decisività del benessere economico, che ha reso passivi gli italiani quando avevano grano. Brava gente, gli italiani, nevvero? Mi interessa, tuttavia, il fatto che si arrivi a quadri storici privi di verbo, sia attivo sia passivo, a principiare dagli anni Novanta, fino a oggi. Qui è iniziata farsi sensibile l’accelerazione, si è proceduto a inserirsi nel gomito della curva di un’impennata, un momento geometrico e temporale in cui uno dà l’addio alla linearità della storia e si rende conto che un elemento ha assorbito tutta la verbalità possibile. Questo elemento è la tecnologia. Essa agisce al momento senza verbo e, letteralmente, non si sa in realtà se agisca o sia agita o entrambi i verbi. Quanto agli italiani, non sarà secondario che vadano ad aggregarsi, per via della realtà aumentata, al Colosseo, mentre gli americani si trovano ad ammassarsi a Central Park. Deteniamo un culto segreto per le pietre italiane, che sono l’elemento primario dell’italianità. Abbiamo fatto il Seicento con il travertino dietro il Gianicolo. Il Duomo di Milano ha accentrato stratificazioni storiche sempre successive e, a ben vedere, sempre primarie. L’idea stessa di una storicità che si annulla a priori, continuando così a esistere, in quanto l’annullarsi è pur sempre esistere, è una delle cifre del diorama italiano, cioè umano, poiché l’umano ha deciso che la forma imperiale e castale inventata in quel di Roma fosse la matrice vivibile della specie a occidente e, quindi, anche a oriente, dove prontamente si è riversata: ci ha impiegato due millenni a riversarsi, ma ce l’ha fatta. Non sono le strutture teocratiche egizie o le complesse architetture della civiltà mandarina ad avere trionfato: è l’imperialità italiana, postuma a un consolato, postumo a una repubblica, postuma a un regno, postumo a una fondazione ignota – questo ha trionfato. Ora, nel tempo in cui è vanificata la nominazione dell’azione esercitata dalle schiere italiote, brizzolate o meno, comunque tutte semimmerse in una realtà per nulla aumentata, bensì diminuita nemmeno ad arte, io dico con il poeta: “Schifo, sii netto”. E questa è metà di me. Custodisco del tutto innaturalmente un’antropologia nel mio profondo, e dico innaturalmente poiché si tratta di un elemento culturale, che si svela via via come preterculturale, indifferente rispetto a ciò che chiamiamo: natura. Ci siamo eretti culturalmente, abbiamo invaso il pianeta, creando la broda primordiale che permettesse allo strumento di manifestare la sua vita, prima silente, poi progressivamente sempre più manifesta. L’Italia, e non sembrerebbe credibile, è la patria dell’accelerazione. Lo è in modo accelerato: non c’è Trump che tenga un ventennio di Berlusconi, non c’è comunismo che regga oltre la fine come quello italiano, non c’è un sentimento tanto disilluso rispetto alla forma statale e tanto razzista e fascista rispetto alle altre “etnie”, non c’è una lingua tanto persistente e tanto fondata da un’opera letteraria, non c’è un fantasma tanto eterno quanto l’italiano. Il tecnologico all’americana è l’uomo bicentenario? L’Italia ha già prodotto a priori l’uomo bimillenario; e, azzardo, anche trimillenario, quadrimillenario: eterno, di quell’eternità che è assoluta fino alla fine, quando ci si scorda che non era assoluta, poiché si trapassa, e si scopre un multiverso onirico, che sarà del tutto italiano. Quella realtà autenticamente aumentata preme ovunque, qui e ora, sempre qui e sempre ora: è l’italianità delle pietre e dei ludi, l’infinito flash-mob inaugurato dalla distruzione di una statua colossale intitolata a un imperatore, per sostituirlo col primo schermo occidentale, cioè l’arena. Noi, i coetanei a noi stessi, approfittiamo macrofagi di questa indeterminata putrescenza, vividissima e sfiancata ab origine, e ci trasciniamo con un insegnamento che la storia ha impartito alla subcorticalità italiana, più lenta e veloce dell’egizia, della cinese, della vaticana, la quale sarebbe italiana tra l’altro: la nostra strategia di insetti è molecolare e gigantesca: siamo la stella nana in collisione tra materia e no, in contatto con altro dalla materia, che abbiamo chiamato: spirito, indifferenza: inizio e fine, indelebilmente, finché ci sarà uno sguardo carnale che osserva le pietre e medita vuotamente, stando incantato nello scazzo italiano, la declinazione che abbiamo conferito alla nostra immortalità.

Non sbattere il fascista in prima pagina, usa “anarchico”

Il 12 dicembre 1969, il giorno in cui sono nato, non passa mai. Passo io, morirò, il 12 dicembre ’69, invece, non muore. Una strage fascista, condita di tanta cosiddetta democrazia cosiddetta cristiana, oltre all’apporto tattico e strategico di tanti cosiddetti servizi cosiddetti segreti, compresi quelli esteri, e cioè americani, fu addossata agli anarchici. Ne vennero fuori, come bene sappiamo, Pinelli e Valpreda. L’ipocrisia italiana nei confronti delle proprie radici antropologiche, che sono fasciste, è un’altra costante che non passa. Il caso dell’omicidio di Emmanuel a Fermo, per esempio: il fascista non è stato sbattuto in prima pagina, si chiama Amedeo Mancini, cercate un poco i rapporti tra lui e la cosiddetta casa cosiddetta Pound, che ammicca più alla sterlina che al poeta, a mio umillimo parere. Un destrorso che è stato divulgato come “ultrà” della squadra locale di football. Adesso emergono presunte responsabilità circa gli attentati incendiari alla chiesa di Fermo, denunciati da subito da don Vinicio, l’ospite di Emmanuel e sua moglie. I supposti colpevoli, secondo la Procura e secondo i pretoriani de La Repubblica, sarebbero “anarchici” e “ultrà”. Io non so se si tratti di fascisti. E’ tuttavia incredibile come sia richiesto a me come a tutti di sorvegliare l’informazione: è una fatica improba che va fatta. Se non avete voglia, lo faccio io, lo fanno altri per voi. E’ vero che non passa la costante ipocrisia italiana circa la sua genetica fascista, ma, finché ci sono, mi adopero affinché passi, come qualunque cosa che ha avuto inizio, fatalmente destinata a una fine. Non mi illudo di vedere vivente tale fine, ma, poiché me ne fotto dell’efficacia mercantilista, io continuo, insieme a molti, molti altri: passerà.

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Correità coetanea

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Questo è il trattamento riservato da Erdogan ai soldatini che hanno ubbidito agli ordini e hanno eseguito il più risibile golpe della storia mondiale, il che sia detto dal punto di vista militare e strategico, non invece per gli effetti, che sono tragici. Questa immagine ne richiama altre: lo sappiamo tutti. Vorrei dare un avviso ai naviganti: voi siete animi semplici, che, di fronte alle sinusoidi della storia umana, e ciò valga per eventi macroscopici come per la vita di ufficio, del tutto naturalmente non avvertite l’andamento ciclico e, senza nemmeno pensarlo o sentirlo, ritenete automaticamente di fare una cosa nuova e immune da queste ciclicità. Spesso non avete figli. Se li avete, sfarfalleggiate, considerandovi liberi, in uno stato di vaga euforia, che vi rende però lividi agli occhi di chi li osserva. Questa responsabilità storica, davvero, non la avvertono. La loro ingenuità farebbe tenerezza, se non indignasse. Si tratta, in effetti, di correità. Non c’è tanto da dire, se non il più profondo e umano e assoluto dei dinieghi, alle immagini di una tortura annunciata o in atto: osservare il silenzio significa anche osservare in silenzio, opporre se stessi, cioè la propria mente o, nei casi più devastanti, il proprio corpo, al reato che è storico. Invece si può bene intervenire circa l’atteggiamento di chi osserva o nemmeno osserva da fuori, conduce la sua piccola esistenza famigliare o lavorativa o ludica, con il pavimento che viene avvertito immune dai terremoti, i quali è certo che prima o poi giungono a fare sentire il vuoto a quei piedini delicati, di infanti precipitati dalla culla al pavimento, appunto. Si può parlare di questo, se ne può scrivere. Questa disumanità, che agisce a un livello osteoscheletrico, a me fa schifo e segna ineluttabilmente una divisione irreversibile: degli sguardi, del cuore, della mente. Così si stacca epiteliale la sfoglia: toh, era una forfora, era una psoriasi nel mondo, del mondo. A questa meschinità, reiterata e priva della necessaria attenzione, si dice: addio.

La potenza della mente

Sviluppiamo la nozione di: illusione. Una delle potenze delle parole, se prese solitarie, è la fioritura della retorica tutta. Per esempio, si potrebbe dire che “gratitudine” è un ossimoro, il che è impossibile per una parola sola, oppure che “amore” è una metafora, il che anche è impossibile: e tuttavia è possibile. “Illusione” esprime una metonimia, in quanto essa sta sempre e comunque per significare il movimento con cui la mente ritiene che qualcosa sia mentre non è. Illusione, dunque, è metonimica della scorretta percezione dell’essere e indica dunque una domanda: cosa è? Per fare un esempio: se mi muovo alla velocità della luce, vedo tutto fermo, statico, consistente e dunque penso che esso sia, mentre in effetti diviene. E’ uno stato illusorio quello in cui percepisco una cosa per un’altra, il che è il movimento stesso della metonimia o, forse, dell’intera retorica, la potenza con cui l’inanellarsi di lessico e grammatica fa sì che essa esprima i movimenti dell’animo, nel momento stesso in cui non si sa cosa sia un animo. Alla base dell’intera mobilitazione linguistica sta l’illusione: unità di codice in luogo di qualcos’altro. Cosa è il qualcos’altro dalle unità di codice? Sono unità di codice le singole parole: cosa c’è di altro dalle parole? Ovviamente qualcosa che è altro dalla parola. Cosa è altro dalla parola? Il silenzio? Quale silenzio? Il silenzio del parlare? Del pensare? Del sentire? Il silenzio rotto dalla parola equivale al silenzio rotto da una nota o da una frequenza? Cosa c’era prima e dopo quella nota? Durante quella nota, se ci stabilizziamo alla velocità del suono, la nota c’è? Ecco, questa è la mente, cioè l’illusione: di questo scrivo da anni, continuo a scrivere: di questo silenzio in cui accade l’illusione, poiché c’è una mente che ritiene di percepire.

Ablazione dell’inserto

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Arrivo alla clinica odontoiatrica di primo mattino: è sporca. E’ sempre l’errore statale, italiano, lo si sa, e è l’ennesimo ospedale, dell’anno, luogo in cui la salute è incerta, messa a repentaglio nel momento in cui si tenta di recuperarla, è il segno, dei tempi, del luogo. Qui mi attendono sulla poltrona del paziente e inseriscono le leve nella vite di carico, stando “attenti a non spezzare il blocco di osso apicale”, facendo fuoriuscire bene pulita la vite dall’osso, dove un tempo si appoggiò un molare superiore a sinistra. Manovra, lussa, dolce, squisitamente, il professore e crea in me la cortocircuitazione, nella sua competenza e attenzione a me, paziente, se solo ripenso a chi quella vite me la sparò nell’osso, vent’anni fa precisamente, quando scrissi “Assalto a un tempo devastante e vile” e infilai quella specie di ausiliario dei miliardi, con la sua borsa in goretex si portava dietro uno studio di implantologia, era pelato e pareva un neonato o un bonzo muscolare, polvere d’osso in polvere d’acqua veniva sparata in una sabbiatura in bocca, ne uscii stordito nella primavera milanese, quindi acida e di amianto, nell’anno 1996, in uno studio abusivo in viale Molise, non avevo i soldi. Quindi trascorsero anni e mi ritrovo a sottrarre ciò che fu inserito, il corpo di un inserto metallico e tubolare, a spirali, qualcosa di cosmonautico e sovietico, che avevo nella bocca. L’uomo cerca protesi, essendo esso stesso una protesi, da quando sollevò l’osso altrui il primate e lo lanciava in un cielo di amianto all’alba dei tempi aurei, metallici, cosmonautici. Fa perno su di me e sono interessanti le vibrazioni craniche, le martellate delicate arrivano alle fosse orbitali e incrinano il seno nasale, c’è osso nel vestibolare e erodono il palatale: penso al teschio. Il teschio che ho è dolico, è magro, il resto è grasso: se sollevo lo strato dell’epidermide ecco il giallo, il rossogiallo spugnoso, il bianco: depriviamolo della carne. Subisce colpi l’occhio sinistro, che è gel soltanto più duro e cervicale, innestato ai nervi. E’ una copula il corpo tutto, quanti lipidi che ci sono. Dalla finestra osservo le partorienti andare, nella clinica dove nascono, con la protesi del corpo, spugnosi, neonatali, animi esili in una carne esigua, che cresce zuccherina con i suoi metabolismi. Mi divaricano un poco di più, un poco di più… Sono colpi a leva, prende la pinza per i premolari, fa perno, dura un’ora?, la svita?, frattura l’osso? Dice “il settimo lo rendo instabile così”, il molare organico, devitalizzato, sul fondo verso la glottide, lui lavora nella cavea e è assistito. Lo osserva e valuta un professore venerato. La assistente è un medico e non ha pietà delle mucose, divarica e aspira. Di fronte muore una partoriente. Quindi cede: non la vite, l’osso. Ecco l’uovo di piombo depositarsi sulla lingua secca, che non raggiunge il palato sotto anestesia che pare gonfio, e l’ematoma è in corso. Tronfiaggine della materia, che, se sfiorata, gonfia se stessa e reclama l’attenzione che ritiene di meritare, la guardiamo ripararsi, la carne, l’osso, l’anima, esigua. Il sacchetto si spezza, del ghiaccio, così si attiva e rende insensibile la guancia, tiepida come una primavera. C’è una luce toscana fuori della finestra, oltre i neon. Le infermiere reclamano l’attenzione. Ti ciberai freddo. Sarai antibiotico. Antinfiammerai. Così per i tre giorni, prima di quale resurrezione non so e non vedo, uscendo, se non i labirinti sotterranei al Policlinico, bassi arcuati, soffocanti, dove preparano pesce congelato per la mensa e i pazienti in residenza, trascinando i prodotti tra le strie di acqua rilasciate da ghiacci ammoniacali che indovino… Sul motorino torno a casa, vent’anni dopo, bucato, traforato, trasformato. Torno a donare, menomato, la corteccia, sotto i salici piangenti e scrivo…

Pokémon Go: l’orrore dei coetanei

L’orrore infinito a cui mi sottopongono i miei coetanei non è infinito affatto e avrà termine con la mia scomparsa fisica. Nel frattempo non mi risparmiano nulla. Per esempio, si propongono come avanguardia dell’esercizio più alienante che si possa immaginare oggi: sostituire il denaro con un gioco. Si tratterebbe della rivoluzione: via i soldi, giochiamo liberi. Non è così, purtroppo, come sempre, quando si tratta dei 50/35enni, una fascia anagrafica che corrisponde all’incirca a ciò che un tempo si diceva essere una generazione. Imbolsiti dall’esperienza allucinatoria degli Ottanta o cresciuti in quella altrettanto psicotica dei Novanta, essi si appoggiano a qualunque sperone di roccia spunti dalla parete fin troppo liscia del loro intimo progresso, il che è sinonimo di invecchiamento, pur di ricordare, essere nostalgici, farsi di madeleine dalla mattina alla sera, per equilibrare le cristate che tirano sul lavoro o i fallimenti ormonali che si rinnovano in epoca di indebolimento del desiderio, tanto quanto si praticavano nell’era in cui il desiderio era forte ma la vita era ancor più forte e piegava la carne in ogni caso. Il 2.0, il 3.0, il 4.0 è pur sempre una possibilità di resipiscenza di ciò che è passato, quei bei momenti della formazione e della pubertà prolungatasi fino ai trenta o quaranta, che abbisognano, come lo zucchero, di robuste iniezioni successive: un botulino per il proprio immaginario, in pratica, e per sopportare le sferzate dell’esistenza. Presi di mezzo come il prosciutto nel sandwich, i coetanei, che solitamente sono dei privilegiati senza accorgersene, o berciano sull’esclusione delle loro tenerezze dalla storia oppure si prendono una pausa caffè, pensando che forse Tinder è troppo ma Facebook va bene per chiavare o, come dissero ai tempi, per cuccare. Quando iniziarono a muoversi le carte coi pupazzetti nipponici, che distrattamente e snobisticamente osservarono, ovviamente scandalizzati per le costumanze di coloro che erano più giovani di loro, ritennero essere giunta la fine della storia. Ora che fanno un corpo unico e coetaneo con quei giovani poco scapestrati, ai tempi intenti a manovrare le carte da gioco di Pikachu, sono pronti a gettarsi a pesce nel gioco più coetaneo che c’è: quello della realtà aumentata. Un aumento di realtà lo cercano da mo, i coetanei, perché la fase storica è stata secondo loro ingenerosa con i loro sogni, che non esistevano e al limite consistevano nel fare grano senza fottersi degli altri e sussurrare urla in feste su spiaggia e sul parquet di case di amici circa lo sfaldamento del tessuto sociale e l’esaurimento del politico. Eccoli accontentati: ora i Pokémon si muovono a prescindere dalla carta e la rivoluzione si fa coi Google Glasses ma senza Google Glasses, ridendo e scherzando, via smartphone, che ieri si chiamarono cellulari come quelli che caricavano i compagni durante le manifestazioni per portarli in procura. Ciò che prima si presentò come farsa si presenta oggi in vesti di tragedia. La tragedia è il silenzioso, l’incomunicato e l’incomunicabile, quindi è un dispositivo inadatto ai coetanei, che preferiscono un nuovo device, disperandosi e inorgogliendosi per l’utilizzo disinibito dei tablet da parte dei figlioletti. E’ una specie di ultracorpi sfigati ma dannosi, quella dei coetanei. L’inesistente iddio degli induisti non voglia che ci si reincarni e si faccia l’esperienza rinnovata di altri coetanei: preghiamo in silenzio, laicamente e senza alcuna speranza, ma anche senza alcuna illusione, noi, i coetanei ai coetanei.

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Improvvisa epifania della mia formazione andata

Al bar di Enrico, polivalente ventunenne di terza generazione italocinese, entra un sosia di Giacomo Giossi. La città è svuotata, luglienga. La cupola del cielo colore amianto dice: polluzione, tu sei l’animo milanese, sei futuro e sei passato, entra in me e ti farò conoscere la forma della perennità italiana. Il sosia di Giossi chiede le nuove Chesterfield con la capsula. Non so di cosa parli. Enrico risponde: non sono nuove. Il tizio le chiede da dieci. Enrico risponde: non le ho. Le Lucky al Mohito? Le ho. Giossi risponde: ma non mi piacciono. Le Camel? Capsula a che gusto? Lime.
Dietro di me si spalanca uno spettro del futuro passato. Esistevano queste sigarette al mentolo, costavano duemilacinquanta lire. Sgambettavo nella piazza, mi infilavo dal tabaccaio, le chiedevo. Sembravano Muratti, sigarette future con il filtro ai carboni attivi, come le suolette antiodore per le scarpe da tennis, fatte di un lattice strano, verde, con delle misure di un piede 52, linee curve continue o tratteggiate, per tagliarle a seconda del numero che avevi tu e, sull’altra faccia, un materiale kevlar sconosciuto e alieno, secondo la voga di quei tempi, quando esistevano degli After-Eight cancerogeni e li ritirarono dai supermercati, cioccolatini a sfoglia, separati da strane cartaveline della consistenza di strani fogli che usavi a scuola a educazione tecnica, per fare dei progetti tecnici ricalcando i fogli bristol, trasparenti della stessa plastica di carta scrivibile di questi cioccolatini nella scatola verde scurissimo con i caratteri troppo italic d’oro, e in mezzo alle sfogliette di cioccolato una crema lattescente che sapeva del mentolo delle sigarette, troppo tumorale per via di temibili addittivi che iniziavano con la “E-” maiuscola e poi numeri a tre cifre, gravissimi, quando li trovavi, in quanto sapevi che veniva il cancro, apparentemente come il formaggio Dover, in barattoli di vetro grandi al pari di quelli della maionese Calvé, un formaggio fuso alla consistenza di uno yogurt e ritirarono anche quello, mentre non ritiravano mai le Big-Babol, gomme a mattoncino del colore dell’epidermide caucasica, quadretti di pelle di una gomma sontuosa, che liquefaceva in bocca stimolando le salive di noi tutti, dal sapore “E-qualcosa” rosa, forse fragola, ma una fragola distantissima, una memoria di fragola, una fragranza. Nascostamente acquistavo queste sigarette Polo al mentolo e andavo a fumarle in piazza Martini, avevo quattordici anni, prima che costruissero il muretto e quindi esistessero i ragazzi del muretto, l’unico muretto che si sapeva esistere mi pare fosse a Viareggio. Mi sedevo sulla panchina, mattina presto, prima di andare al liceo classico con l’autobus 37, dalla parte povera della piazza, distante dai percorsi di mio padre, per paura di lui, e facevo lunghi tiri, aspettando il colpo portentoso del mentolo nei polmoni: un battito, un bussare dentro. Poi, confuso dal fumo di mentolo che faceva schifo, prendevo l’autobus e andavo nel ginnasio dove ero il più povero, ma non importa, avevo il Rocci Greco-Italiano di mia cugina Paola ricca, me lo prestava per quei cinque anni, preoccupato dall’aoristo e savio nelle versioni, per l’esattezza che quella lingua morta esigeva da noi tutti al banco, nella versione, cercando la soluzione più elegante, quasi algebrica o, peggio, geometrica, la geometria di una frase tradotta su carta da duemila e passa anni fa: che ressa nella mente, che fase oscura aurea della vita era, che primo amore ovunque nell’aria brunita del mio liceo classico. Mi acquattavo nelle scale verso la palestra, un ammezzato, con una bidella Noemi dalla voce roca per dei polipi in gola e le sigarette, in quanto ero bravo e dopo un’ora avevo già finito la versione, rimaneva un’ora, di noia e di scoperta della vita comune nei bagni di liceo, dove apparve la scritta di gioia per il suicidio del professor Quadrelli, di greco e latino della sezione H, che si era impiccato o buttato giù dal balcone o dal ballatoio, un erudito molto severo ai limiti del delirio, che aveva fatto molto male alla mia cugina, Paola, molto ricca, e sulle piastrelle sui muri del bagno del liceo Berchet esultavano alla sua morte, con un pennarello, Noemi non riusciva a cancellare, con l’alcol denaturato non veniva via. E era bello, tantissimo, sniffare la bottiglia di plastica molle dell’alcol denaturato, una plastica semitrasparente da cui vedevi l’alcol rosa quasi fucsia, più rosa delle Big-Babol e meno dell’orticaria: aprivo il tappo rosso ciliegia e c’era un foro per spruzzare precisamente un getto forte e magro di alcol denaturato rosa, aveva questo profumo fastidioso, penetrava le nostre froge e ci sembrava di drogarci, acuti, nitidi, immensamente complici, sulle scale degli scantinati, più ammoniacali e lucidi dei tossici, di eroina, rena morta, semivivente, come la rena quando turbo spira. Quando tornavo a casa la vita si sospendeva come ora sempre. Quindi trascorsero gli anni e fui io la perduta gente: io fui niente, se non questo sguardo, amato, consegnato, restituito sotto le fronde del salice piangente.

Dal fantasma morto al fantasma non nato

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Appunti per il libro che si sta facendo. Per come e dove mi trovo, la questione si pone in questi termini: sostituire il fantasma del passato con il fantasma del futuro. Qui risiede l’epistemologia di un’opera che, in quanto desidererebbe essere tale, non avrebbe proprio da sorreggersi su epistemologie, a meno che l’epistemologia non fosse un elemento della poetica: esiste forse un’epistemologia di Hugo o di Kafka? In Aristotele, per esempio, l’epistemologia è certamente una questione di poetica, poiché si tratta di declinazioni di una medesima sostanza, che è l’ontologia: la metafisica. Fatto sta che, per condurre a termine l’opera, è fondamentale scrivere anche del tempo che vivo, il che non significa imitarlo in qualche modo, per esprimerlo o rappresentarlo. Continue reading

«ADULTA INTENDO SCRIVERE I LIBRI NERI IO»: una poesia

«ADULTA INTENDO SCRIVERE I LIBRI NERI IO»

Su fondamenta instabili tremavo, padre,
e alla figlia indicavo abbagli, lanci d’ossa, cadere
rapido di forze e oscure remore, infanzie, scosse.
Credo nel sepolcro disfavilla.
Salici nei fiumi amabili,
pioggia scrosciare sa di sentire l’uno
e l’altro su due rive posti, l’uno e l’altro, alti e fiorenti,
pensieri che alti non so.
La domanda dei padri fu uomo, quando?, crederai a che non è visibile?
La domanda dei padri dei padri fu: uomo, fumo, quando vedrai che non è visibile?
Torno alla figlia, è favilla. Non è oriente
che sia, non punto, non passer mortuus est!
Indaga la morte privata aggredendo le tracce sui muri, le impronte, un anello
della catena non tiene e corona martìri
di una realtà attorno, indaga.
Quanto verte su di me di esperienza di umano
sentire albe e tramonti insinuarsi tra alba e pensiero
e pensiero e tramonti,
padre, soccorrendo il trauma e lo carezzi.
Carezzare traumi era tanto, era tutto.
Creerò tra battiti di palpebra, creerò?
Crinale, sono alito, non trattieni, io cancello quello
disfacendo che ho fatto male, nella vita, molto male, portando a pena tutto.

Un incipit per un Libro Atro – un inedito

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Quando arrivai dormivano tutti, tutti.
Presi possesso del mio letto nella grande camerata buia, a stento illuminata dalla luce lunare che penetrava attraverso finestroni alti, le cui cornici erano consunte e sistemate con lo stucco. La coperta è immaginabile: marrone indefinito, due strisce chiare, colore panna, longitudinali, quel certo gusto militare che va avanti negli anni.
“Sarà questo il mio posto, dunque” mi dissi. Quasi attesi che qualcuno si svegliasse, al suono di vibrafono del mio pensiero.
La fanciullezza è sempre estenuante, perdura infinitamente. Si desidera che l’autunno venga.
“Lo studierò attraverso questi vetri” che mi parevano tanti schermi ondulati e irregolari, un po’ assiri, nella camerata coperta dal sonno. Anche io ero stanco. Le foglie di un tiglio pallido tichettavano contro uno di quei vetri, era un osservatorio naturale per l’autunno.
“Poserò le mie cose qui” e il buio si fece gigantesco, quasi fossimo un glutine digerito dalla pancia di Behemot, il famoso mostro biblico. Ero infatti stanco, per il viaggio e anche per il silenzio del mio padre, che avevo fronteggiato a ogni tornante del colle Tenda, tra i dirupi marziani e il torrente rumoroso e nero, fino al Collegio.
Eravamo infatti giunti, stremati alquanto, a tarda sera.
Il torrente Tenda spruzzava le sponde erose di ciottolato bianco, la fonte si trovava in qualche tabernacolo sulla vetta di quel monte arcigno, una escrescenza mostruosa, sembrava un cretese cresciuto sotto l’ascella di un colosso appestato. Continue reading

In morte di Yves Bonnefoy

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Il 30 giugno: una giornata di assoluto dolore.
(C’erano, è certo, le condizioni private per cui lo fosse.)
Sperso, ho letto a notte fonda delle morti, avvenute in contemporanea, di due tra i massimi poeti al mondo, Yves Bonnefoy e Geoffrey Hill (proprio l’altro dì ne pubblicavo alcuni versi: qui), che ho assunto come sigillo ed emblema di un dolore più vasto.
In particolare la scomparsa del grande francese mi ha colpito. Lo ricordo in una traduzione che ne ha fatto Mario Benedetti, uno dei più importanti poeti italiani contemporanei, poiché a questa traduzione assistetti in tempo reale, apprendendo molto, tantissimo, divenendo uno dei ricordi a me più cari della mia formazione umana e testuale.

L’ARATRO

Le cinque. La neve ancora. Voci
di prima del mondo.
Un aratro
come una luna ai tre quarti
brilla, ma lo ricopre la notte
di una piega di neve.
E il bambino
ha ormai tutta la casa per sé.
Va da una finestra all’altra.
Preme le dita sul vetro. Vede
formarsi le gocce dove non spinge più
il vapore contro il cielo che cade.

LA CHARRUE

Cinq heures. La neige encore. J’entends des voix
À l’avant du monde.
Une charrue
Comme une lune au troisième quartier
Brille, mais la recouvre
La nuit d’un pli de la neige.
Et cet enfant
A toute la maison pour lui, désormais. Il va
D’une fenêtre à l’autre. Il presse
Ses doigts contre la vitre. Il voit
Des gouttes se former là où il cesse
D’en pousser la buée vers le ciel qui tombe.

Marco Magurno: “Diorama”

71rqTdaSkALLa mia generazione crebbe in una fase maturativa dell’epoca dello Spettacolo. Fu una storia nazionale e internazionale: gli schermi avanzarono verso l’osservatore. Le immagini eruppero. Il conformismo, che già sibilava la sua lingua venefica nella immota società borghese da decenni, con i suoi totem e i suoi tabù orrendamente prefigurati come fase definitiva della Storia, si vide annidato nelle fasi più televisive della contestazione e, quindi, a maggior ragione nella fase più televisiva della televisizzazione: le emittenti cosiddette libere erano la prima incarnazione di una forma di potere che i filosofi e gli osservatori più acuti avevano individuato e che poi avrebbero sperimentato tutti, filosofeggiando o osservando comunque poco, nel decennio italiano che portava a fine millennio. A quel punto non si ricordano filosofi od osservatori all’altezza di prevedere cosa sarebbe successo *dopo*. Tutti gli osservatori istituzionalizzati, cioè i miei coetanei e i miei coetanei che praticavano l’arte e l’arte dell’intelletto, non pensarono: quindi pensarono che il paradigma fosse nuovamente la fine della Storia e dell’esperienza. Sbagliarono clamorosamente, accondiscendendo alla loro vocazione di borghesi, di sapiens-sapiens-sapiens. Non c’era più un Debord a pensare per loro il nuovo paradigma, quello si era ammazzato, proprio per colpa dei miei coetanei, cioè di coloro che in occidente *venivano dopo*. Se anche ci fosse stato un Debord a urlarglielo negli orecchi, ben foderati di prosciutto cotto con i polifosfati, non lo avrebbero riconosciuto, lo avrebbero anzi istintivamente osteggiato, denigrato, ignorato, gli avrebbero dato del matto – poiché, fino a quel punto, la Storia si ripeteva, la parabola era sempre la stessa, primaria e archetipa, declinata ovviamente in sempre postume e contemporanee incarnazioni. La Bêtise non trapassava, era bene riconoscibile e, come sempre nella storia di sapiens-sapiens, si presentava come legione, prendeva l’intera generazione. Fatto sta che l’epoca dello Spettacolo finiva, trapassando essa stessa in una forma nuova, che non sarebbe stata più dialettica, accorciando i tempi tra una forma e quella che si genera dall’autosuperamento della forma stessa. Rimasero incantati dall’aggettivo “liquido”, dall’ipostasi cretinetti del “non-luogo”. Invece si era entrati appunto nell’epoca dell’Accelerazione, che sussumeva in sé lo Spettacolo, all’interno del quale già agiva da tempo, si può dire da sempre, dall’invenzione dello strumento da parte di sapiens: la storia della specie è, sotto un certo riguardo, la storia dell’uscita dalla specie, biologicamente intesa. Bastava attendere. Si è atteso. Gli spiriti più accorti si sono preparati, soffrendo e soffrendo anche ora che la loro diagnosi è emersa come patologia conclamata: uno può vedere in anticipo il futuro, però viverlo impegna la carne e l’anima, è altra cosa. Ora siamo nel pieno del gomito della curva: si vede bene che l’iperbole sta staccandosi da quella che si credeva una linea in lenta progressione, in lento progresso: così il progresso era infatti interpretato nei secoli addietro e ora non può più esserlo. Con quali parole dire questa vicenda? Con un testo, certo, ma non fatto soltanto di parole, non fatto solo di immagini, non fatto solo di suoni, di scarti, di espressioni, di retoriche. La Nuvola in cui siamo non consente alcuna forma dura e la Nuvola è peraltro parte di dove in realtà siamo collocati, avendolo deciso da sempre, non sapendolo, o sapendolo profeticamente: nell’Atmosfera, cioè nel Cosmo, cioè nel Vuoto.
Tutto ciò è raccontato in “Diorama” di Marco Magurno, da ieri in tutte le librerie di Italia. E’ l’unico libro, a me noto, che si colloca all’altezza dei tempi, indicando il tempo. Non c’è romanzo che tenga. Soltanto la poesia gli sta sopra e accanto e dentro, mai sotto. In tutta la mia “carriera editoriale”, mi è capitato raramente di assistere allo sconvolgente. Mi capitò con Babsi Jones e il suo testo immane e diffusissimo, “Sappiano le mie parole di sangue”, istituito in un regno che stava on line e ora non è più, un sito di migliaia di file e pagine, oltre al testo di carta. Mi è accaduto, ma non ancora compiuto e pronto a compiersi, con “L’impero famigliare delle tenebre future” di Andrea Gentile: si compirà, quello era un frammento di una totalità sconvolgente, che appunto si compirà. Mi capita ora con “Diorama” di Marco Magurno. Non sto evidentemente riferendomi a testi bestelleristici e nemmeno a testi che devono entrare in un canone, quest’ossessione dei novecenteschi, che si protrae intatta e morta grazie al lutto e alla paura di morire che è propria dei miei coetanei. Sto riferendomi a oggetti che a me sconvolgono – soltanto questo.

La Grande Paura: Corrado e i Kraftwerk

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Tra il 1976 e il 1979 mi spaventai immensamente. In quel di “Domenica in”, il rauco Corrado Mantoni, vestito esattamente come mio padre quando andava in ufficio all’assessorato Personale del Comune di Milano, apparve accompagnandosi con un bastone misterioso nero con una tacca di argento, che praticava il mesmerismo puro potente via tubo catodico, un po’ come la lavagna di Tony Binarelli che era una “quarta dimensione”. Avrei superato quel vago Edipo vestiario à la Facis, ce l’avrei fatta. Ma Corrado si intratteneva con dei manichini che nemmeno la Standa o la Gamma presentavano nelle pose della plastica artistica dei posti dedicati all’acquisto poche volte, pochissime volte per via dei soldi che non c’erano, ma non importava, le lire. Manichini seduti tra il pubblico, in prima fila. Le corde vocali con i misteriosi detti “polipi” di Corrado, che veniva chiamato solo Corrado e basta, vibravano onde sonore dissonanti, non estatiche, dodecafonia, un concetto di occupazione della mente nell’infanzia. Egli dialogava con l’inorganico. Stava dialogando con degli inorganici! Questi manichini erano il tremendo infatti. Erano lì, come sempre è lì l’infatti. Erano vestiti in camicie rosse di nazismo comunismo con degli Anni Venti dentro, con questa cravatta nera terribile di nazismo della DDR di Honecker, i pantaloni grigi dei funzionari di sempre di qualunque burocrazia da “Metropolis” all’assessorato Personale del Comune di Milano. Inoltre non c’era accanto a me mia sorella al televisore, che smorzava le cose. Avevo paura. Corrado li trattava da viventi, ma loro erano distratti, erano concentratissimi in modo assoluto a guardare in direzione di loro stessi viventi, in forma vivente pronti a suonare davanti a loro e a Corrado, viventi e vestiti uguale, stesse camicie tremende del costruttivismo sovietico e molto cerone, molta biacca nella faccia delle labbra sottili naziste con un rossetto adatto ai maschi. Andava avanti all’infinito. Poi non suonarono: facevano rumori di sintesi pazzeschi, pre-robot di Actarus pochi anni dopo. Il tutto nella luce gialla tipica di “Domenica in” e di mio padre, lo abbiamo vestito così quando è morto, erano i Kraftwerk.